[amazon_link asins=’B00JNFEIEC’ template=’ProductCarousel’ store=’tofl-21′ marketplace=’IT’ link_id=’09e75c11-486a-11e7-ada8-b1f4abff39c6′]Slavoljub Muslin. È l’attuale commissario tecnico della Serbia. Apparentemente, un discreto uomo di mezza età, ex calciatore professionista, ondivago allenatore da quasi 30 anni. Fondamentalmente, un uomo che si oppone a un destino per imperscrutabili ragioni. Chiamato a risollevare le sorti di una Nazionale caduta in basso negli ultimi anni tra dimissioni in serie, mancate qualificazioni e povertà di risorse, non ha ancora fatto esordire Milinkovic-Savic.
E allora, volgarmente parlando, che problemi hai Slavoljub?
Buon sangue non mente
Sergej Milinkovic-Savic è nato a Lleida, in Spagna, da genitori serbi. A metà degli anni ’90 Nikola Milinkovic cercava di costruirsi una dignitosa carriera di centrocampista offensivo nelle retrovie del calcio iberico, mentre Milana Savic faceva valere la sua altezza sui parquet del basket professionistico iugoslavo. Si può quindi serenamente dire che lo sport è sempre stato di casa nella famiglia Milinkovic-Savic, visto che oltre al nostro Sergej anche Vanja – il secondogenito – ha intrapreso la carriera calcistica (attualmente è il portiere del Lechia Danzica, in prestito dal Torino).
Il corredo genetico familiare ha regalato a Sergej 191 cm, spalle possenti, due piedi sensibili e la determinazione dei vincenti. Non ci ha messo molto a capire quale dovesse essere la sua strada. Ancora meno a far capire a tutti che la lotta fra le sue ambizioni e il suo talento avrebbe causato uno scontro costruttivo. Ha bruciato le tappe, prima in patria, poi in Belgio. Contesti giusti per partire, inadeguati a contenere una ferrea volontà di potenza. Sembra paradossale e quasi impossibile pensando ad altri calciatori contemporanei che si sono persi nelle pieghe delle loro belle esistenze, ma Milinkovic-Savic è riuscito a sintetizzare la sfrontatezza della gioventù con l’umiltà dell’intelligenza. Milinkovic-Savic ha concretizzato l’essenza del suo DNA, diventando grande senza mai voltarsi indietro.
Da Milinkovic? a Milinkovic!
In un calcio sempre più atletico, studiato e dinamico, lo spazio più importante se lo prendono naturalmente i giocatori in grado di interpretare al meglio più ruoli. Più che specialisti assoluti, c’è bisogno di soldati versatili che sappiano adempiere alle richieste tattiche del proprio allenatore, cambiando pelle anche all’interno della stessa partita (qualcuno ha detto Lulic?).
L’altra faccia della medaglia, quella meno lucente, è quella che riflette però calciatori alla continua ricerca di una propria identità in campo. I tanto temuti e sfuggenti equivoci tattici. Esempi di questa tipologia di calciatori se ne potrebbero fare a iosa, anche la storia recente laziale non è immune da questa fastidiosa tradizione (qualcuno ha detto Cataldi?).
Anche Milinkovic ha avuto bisogno del suo periodo di assestamento. Col senno del poi, possiamo affermare che l’intera prima annata in Italia è stata di transizione. Non sapevamo esattamente chi fosse, perché fosse stato pagato così tanto facendo una specie di battaglia di mercato con la Fiorentina, come giocasse. Le aspettative create dal costo del suo cartellino e la deludente stagione della Lazio hanno fatto poco per diradare le nubi e – pur con alti significativi che lasciavano intravedere spiragli di luce calda e rassicurante – accanto al suo lungo nome sulla maglia si poteva immaginare pure un punto interrogativo di incognita. Perché Sergej aveva il fisico del mediano, i movimenti della mezzala, i piedi del trequartista. Ma niente di decisamente continuo che potesse rappresentare un legame fra tutte queste qualità. E allora oggi suona empio, ma allora non era un crimine se Pioli lo faceva spesso accomodare in panchina o se poi Inzaghi nel finale di campionato gli preferiva stabilmente Onazi (sic!).
Il buon Eugenio aveva già capito chi venerare. O no?
La trasformazione da possibile equivoco tattico a incubo potenzialmente totale per gli avversari è in corso di avanzamento e durante la stagione appena conclusa ha conosciuto una tappa fatale. I risultati alterano la percezione delle cose, il contesto circostante ribalta le prospettive. Ed ecco che oggi ci ritroviamo ad ammirare un ibrido entusiasmante: centrocampista offensivo con licenza di colpire, un trequartista atipico senza la narrativa del 10 ma con tutto ciò che serve per piegare la realtà al suo volere. L’efficacia elegante del calcio di Milinkovic restituisce il senso di una “dominanza” che appartiene ad altri (tipo Ibra, Pogba o Yaya Toure) e che adesso ci godiamo noi laziali. E non ci sembra vero, se ci chiediamo già come tutto questo finirà.
Fare la differenza
Il ritratto del Milinkovic-Savic di questa stagione è positivamente influenzato dai gol decisivi nei derby, dalle salite in cielo a colpire il pallone di testa per tentare di aprire un varco dimensionale, dai contrasti vinti di pura potenza con gli Strootman di turno, dai colpi di tacco che non ti saresti mai aspettato da uno come lui in quel fazzoletto di campo, dalle sponde per i compagni, dagli assist chirurgici. Ma Milinkovic non è solo questo e non è ancora nel pieno delle sue potenzialità. Gode di margini di miglioramento chiari e, allo stesso tempo, nel suo repertorio si intravvedono lacune necessariamente da colmare se l’aspirazione è quella di sedersi a buon diritto al banchetto dei più grandi.
Se la cosa che impressiona di più vedendolo in azione è il compromesso ideale che sembra aver trovato tra supremazia fisica e abilità tecniche, da non sottovalutare sono nemmeno la sua capacità di associarsi nello stretto con compagni più rapidi di lui e la sua intelligenza tattica nel trovare la giusta posizione per rendersi utile sia in fase di possesso (spesso e volentieri si posiziona sulla stessa linea degli attaccanti o poco dietro per offrire uno sbocco aereo alla manovra) che in fase di non possesso (ripiega o andando a occupare le linee di passaggio o cercando il tackle).
Per quanto riguarda invece i punti deboli del suo gioco, se la poca rapidità di base negli spostamenti è francamente un prezzo minimo da pagare a Madre Natura, su altri aspetti il serbo risulta ancora acerbo. Milinkovic può aumentare la sua pericolosità offensiva lavorando maggiormente sui movimenti senza palla: soprattutto nei tagli profondi partendo da mezzala, una migliore comprensione dei tempi e degli spazi di gioco potrebbe portarlo più spesso in area di rigore davanti al portiere (Parolo docet). La stessa visione di gioco periferica pare ancora un po’ limitata, in particolare considerando la sua scarsa attitudine a giocare in ampiezza (anche se va detto che a tal proposito determinante potrebbe essere anche il sistema di gioco voluto da Inzaghi). Ma quello che più di tutto si potrebbe rimproverare al centrocampista serbo è la sua “allergia” al tiro dalla distanza: la conclusione da fuori è una soluzione che sembra non rientrare naturalmente nell’orizzonte di scelte di Milinkovic. Ed è un peccato, considerando quanto un’arma del genere possa rivelarsi importante in alcune situazioni di gioco.
Che ne sarà di noi
A prescindere da tutto questo, al netto del suo stile di gioco e anche del suo stile di comportamento, pensare a Milinkovic provoca emozioni contrastanti. L’esaltazione per la superiorità che spesso manifesta sul campo, l’orgoglio di vederlo onorare l’aquila sul petto, la sensazione di assistere in prima persona all’evoluzione di un top player: un patrimonio comune a tutti i tifosi biancocelesti oggi come oggi.
Poi però subentra la ragione a rovinare in parte l’idillio e a spingerci a brutti pensieri. Pensieri di ineluttabilità che vestono il nostro beniamino di maglie a strisce verticali. Pensieri suggeriti da ricordi troppo recenti per essere ignorati.
Da tifoso laziale cresciuto in piena epopea cragnottiana ne ho viste di cotte e di crude. Grandissimi giocatori, grandissime cessioni. Meravigliose vittorie, pesanti delusioni. Immense ambizioni, grigie rassegnazioni. Sono abituato a non pensare in grande, purtroppo, pur con la fierezza di chi mai è disposto ad abbassare la testa.
Sergej Milinkovic-Savic è un’opportunità di riscatto collettivo. La sua forza è il vanto di un popolo. Siamo devoti sacerdoti del suo culto di potenza: nessuna possibilità di cambiare il futuro, nessun timore. Il presente è qui e adesso. Così il destino ha scelto.
Così parlò Milinkovic.

