Virus. Probabilmente si tratta di questo, di quell’elemento biologico parassitario che si riproduce all’interno delle cellule viventi di altri organismi e che ha la capacità di infettare praticamente tutto ciò che incontra (anche uno spogliatoio? Perfino una squadra di calcio?). Magari il problema è tutto qui, e allora, se si riuscisse a isolare un antidoto e a estrarre una soluzione efficace…
Perché la Lazio ultimamente non riesce a mettere in fila due stagioni positive? Perché nelle segrete stanze di Formello aleggia minaccioso questo fantasma della “crisi del secondo anno”? Prendendo in esame la sola gestione Lotito, risalta all’occhio come a un’annata positiva in termini di classifica o di vittoria di trofei sia spesso seguita un’annata deludente per rendimento o per aspettative tradite (il famoso salto di qualità sostanzialmente mai avvenuto). Dal 2004 in poi la ghigliottina altalenante della seconda stagione – seppure con qualche pausa – ha cominciato a far saltare teste di giocatori, di allenatori e dirigenti, alimentando le preoccupazioni e la rabbia dei tifosi e creando di fatto le solide fondamenta di un tabù.
Come si sfata questo tabù? La soluzione ovviamente non è semplice, sicuramente non è da ricercare nella scienza e forse nemmeno esiste in termini definitivi. Forse una valida risposta la si può trovare nell’esperienza del passato che – magister vitae – può insegnare davvero tanto. Ma aprire la stagione vincendo la Supercoppa contro la squadra più forte d’Italia e poi restare intrappolati nell’anonimato della Serie A non è di sicuro la strada giusta da imboccare.
Ballardini: “A Pechino fummo fortunati. La Lazio di oggi è più forte e può battere la Juventus”: C’è chi la Supercoppa con la Lazio l’ha… pic.twitter.com/BqhnX6ipP4
— S.S. Lazio News (@laziofans) 7 agosto 2017
Per questo motivo le menti poco scientifiche della redazione di Laziocrazia si sono recentemente riunite in una grotta semibuia dalle pareti umide e dalla temperatura fresca anche ad agosto (esatto, una cantina) e hanno spremuto i pochi neuroni sobri avanzati per tentare di razionalizzare questa specie di maledizione. Ecco cosa ne è uscito fuori.
Il miglior acquisto: l’equilibrio
(di Nicola Cicchelli)
Non c’è top player che tenga. Al mondo Lazio serve maledettamente equilibrio. E quando parlo di equilibrio mi riferisco a quel concetto ampio che racchiude in sé i significati di ragionevolezza, maturità, consapevolezza. Un elemento aggregante che abbracci tutte queste qualità sintetizzando nel contempo serenità.
Nello specifico, credo che almeno tre siano le componenti dell’ingranaggio Lazio che più necessitano di equilibrio: il “famigerato” ambiente, il “sacro” spogliatoio, le “imperscrutabili” scelte strategico-societarie.
[amazon_link asins=’B073SW39TL’ template=’ProductCarousel’ store=’tofl-21′ marketplace=’IT’ link_id=’b8f4e0b8-881b-11e7-a897-6702fdc7420e’]
Partendo dal primo punto – forse quello meno concreto, certamente quello in cui i tifosi possono davvero fare qualcosa – c’è da sottolineare la schizofrenia che sembra stringere in una morsa l’ambiente laziale. Al di là delle eterne e un po’ ridicole divisioni in fazioni che si susseguono a ritmo ormai insostenibile da quando c’è Lotito al timone, l’isteria di giudizio del tifoso laziale medio (ma anche di alcuni commentatori e giornalisti) che accompagna praticamente ogni vicenda che riguardi la squadra è francamente inaccettabile. Forse potremmo provare a esaltarci di meno quando vinciamo un derby, evitando di festeggiare ogni volta come se avessimo vinto uno scudetto (in questo senso sono da evidenziare le parole di Peruzzi di qualche mese fa). E, viceversa, potremmo evitare di cadere in depressione o eccedere con le critiche dopo una sconfitta. Insomma, avere piena consapevolezza del nostro valore (medio-alto) e della nostra dimensione, per non restare incagliati nella fascinosa rete delle false illusioni. In questo senso, l’inizio di stagione ha già messo a dura prova l’umore pazzo della Roma biancoceleste: trionfo bello (e inaspettato) contro la corazzata Juventus, pareggio scialbo (e inaspettato) contro la neopromossa Spal. Prendiamo tutti un bel respiro, niente è perduto e nulla è conquistato ancora, non eravamo fenomeni prima e non siamo brocchi adesso (è già stato detto, vero?).
Per quanto riguarda l’equilibrio dello spogliatoio invece, mi riferisco in particolare alla mentalità collettiva. Alla fame del gruppo. Non è possibile essere sazi dopo una sola, isolata, stagione positiva, per poi tirare i remi in barca quando si tratta di spingere ancora di più sull’acceleratore e alzare l’asticella degli obiettivi. Su questo particolare aspetto devono migliorare molto i calciatori, ben guidati dall’allenatore. Non avremo campioni affermati abituati a ragionare da campioni (si veda la Juventus, eccellenza assoluta in questo campo), ma possiamo crescere molto e inaugurare una nuova narrativa adottando la politica dello step by step (si veda anche l’Atletico Madrid, per un esempio più vicino a noi). La mentalità vincente si può costruire nel tempo: con i comportamenti quotidiani, con la determinazione feroce negli allenamenti, con la professionalità a tempo pieno di tutti i membri della squadra (dal capitano fino all’ultimo dei magazzinieri), con la voglia di vincere e di migliorarsi. Dobbiamo creare noi i presupposti dei nostri successi, dobbiamo seminare noi il campo delle nostre possibilità per poi raccogliere i frutti che meriteremo a maggio. Senza pretendere la luna, senza rancori interni, senza scuse.
Terzo e ultimo punto: strategia societaria. Non parlo di rinnovi, trattative, cessioni, marketing o campagne mediatiche. Parlo di scelte, programmazioni, selezione di priorità. A ben vedere, questo è un aspetto che deriva dai primi due e con essi si interseca. Se troviamo equilibrio nei giudizi, autostima, consapevolezza dei nostri mezzi e mentalità nel gruppo, possiamo anche pretendere maggiore ambizione da parte della società e, soprattutto, migliore gestione delle risorse disponibili. La Lazio non può permettersi il lusso di spendere cifre folli e nessuno vede sceicchi all’orizzonte. Questi siamo e questo abbiamo, e non è poco se ben canalizzato. Alcuni stanno meglio di noi, è vero. Ma molti stanno decisamente peggio e nemmeno ce l’hanno la possibilità di operare una scelta. Per esempio: non potremmo per una volta avere un occhio di riguardo verso l’Europa League? Accettare il rischio di programmare la stagione in funzione di quest’obiettivo? Avete visto chi è arrivato in fondo quest’anno?
Alzare il livello
(di Mattia Di Murro)
Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere due facce della Lazio, con le quali ogni due anni, appunto, facciamo i conti.
La faccia bella e pulita da pariolina è quella che vede la società gestire attentamente le risorse, realizzando delle plusvalenze ma provando a mantenere l’ossatura della squadra, con un occhio (anzi due) ai conti. Non compro se prima non cedo, non offro più di tot alla società del calciatore, non offro più di questo tot al calciatore e, spesso, provo a piazzare quel colpo a sorpresa, un outsider poco conosciuto sperando vada bene.
Bisogna fare i conti con l’altra faccia, quella brutta. Sì, perché se da un lato i conti sono apposto, la società è sana e ci vogliamo tutti bene, dall’altro il tifoso laziale dopo tanti anni si è rotto dell'”anonimato”. Sia chiaro, bello lottare per l’Europa e vincere qualche coppa nazionale, ma vedere le altre squadre che ogni anno si rinforzano, spendono, migliorano, e invece la Lazio che sta sempre lì, alla fine dell’anno sembra sempre che i biancocelesti abbiano fatto un miracolo, magari ottenendo un quinto o sesto posto.
Il tifoso laziale aspetta il salto di qualità, aspetta quegli innesti di valore, quei calciatori che possono cambiare il volto di una stagione, aspetta giocatori che scelgano la Lazio come un punto d’arrivo. La crisi del secondo anno è soltanto una conseguenza delle tasche troppo vuote (o delle braccia troppo corte).
Ok, ma adesso che si fa?
Signore e signori, esiste una cura. Pare ci sia una soluzione a tutto questo: fare bene il mercato.
Sì, perché bisognerebbe essere soltanto un po’ scaltri e – a parte tutto – la società ha mostrato diverse volte di saperci fare, scovando calciatori sconosciuti e accompagnandoli sul palco del grande calcio. E allora, vogliamo credere e sperare che i nostri dirigenti riescano a puntellare la rosa con giocatori di qualità che abbiano però già una buona esperienza in campo internazionale, capaci di innalzare il livello complessivo del line-up. La soluzione sarebbe riuscire a prendere giocatori tra i 25 e i 29 anni, che non vogliano solo rilanciarsi ma più che altro confermarsi. In questo pazzo mercato delle cifre folli prendere un calciatore di questo profilo per 10/15 milioni può essere un doppio affare.
In questo momento avremmo bisogno almeno di un centrale difensivo di buona esperienza possibilmente mancino (Paletta no, per carità), che si limiti quantomeno a non farci rimpiangere il partente Hoedt. E di una seconda punta che la butti dentro ogni tanto (il curriculum di Caicedo – al netto di clamorose smentite – sembra molto simile a quello di Djordjevic, tanto che all’agenzia di collocamento qualcuno giura di averli visti entrare insieme).
Inoltre, appare finora inspiegabile l’acquisto di Marusic, visto che in quel ruolo siamo già coperti da Basta e Patric (potenzialmente anche Anderson). 6,5 milioni che forse potevano essere investiti in un altro ruolo, a meno che Inzaghi non decida di arretrare Basta nella linea dei 3 dietro per la felicità della società, che in questo modo non avrà più la necessità di spendere per ritoccare il reparto difensivo.
Ma tutto questo – ancora una volta – rappresenterebbe prima di tutto un passo indietro per una Lazio che invece meriterebbe finalmente di guardare avanti e di lasciarsi alle spalle ansie, incomprensioni, tentennamenti e fantomatiche crisi del secondo anno.
