[amazon_link asins=’0747268185′ template=’ProductCarousel’ store=’tofl-21′ marketplace=’IT’ link_id=’972cd71d-438c-11e7-be6e-61b071c8ce78′]“Il cavaliere errante senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta; è come corpo senz’anima”
Scriveva così Miguel De Cervantes, nel suo celebre romanzo Don Chisciotte.
Ed è così che noi vediamo Ciro Immobile.
Un cavaliere senza macchia che dopo aver viaggiato prima in Germania sponda Dortmund e poi in Spagna nella squadra Nervionenses, decide di tornare nella sua amata terra, quella che lo aveva visto solcare i campi di ben sei squadre e che allo stesso modo lo aveva mandato via, ripudiandolo come se il tuo tempo fosse finito.
Questa volta però non è il suo Torino ad accoglierlo, bensì la Lazio di Simone Inzaghi, che lo aveva voluto fortemente.
L’avvio è dei migliori, con Ciro che sigla un goal all’Atalanta proprio al suo esordio in biancoceleste; un vero successo poi se pensiamo alla doppietta con l’Udinese, arrivata un mese dopo la partita con la Dea.
Da quel ventuno agosto sono passati nove mesi e Ciro ha realizzato la bellezza di venticinque reti fra Coppa Italia e campionato, facendoci sognare come da tempo non facevamo.
Sembra quello di un tempo, innamorato di questo gioco, di questa squadra e di questi tifosi che ad ogni giornata lo elogiano come la punta che aspettavano da tempo. Sì, Djordjevic, stiamo parlando di te. Ad ogni goal guarda i suoi compagni di squadra, poi la moglie Jessica, sua fedele compagna dai tempi del Pescara, poi i suoi tifosi. Diciamo “suoi”, non perché vogliamo usare un banale aggettivo ma perché la gente della Nord l’ha conquistata, così come ha conquistato Ventura, suo ex allenatore ed ora ct della nazionale italiana che lo vede sempre più pronto per diventare l’attaccante dei Mondiali di Russia 2018. E noi gonfieremo il petto d’orgoglio nel vedere il nostro beniamino vestire la maglia azzurra.
Il momento in cui il cervello ti diventa biancoceleste
Perché Ciro non è solo un attaccante, Ciro è un ideale; un ideale di calcio che sta scomparendo dai nostri campi e dirlo non è pessimismo quanto la dura e amara verità. È sempre più difficile, difatti, trovare un giocatore che non solo abbia talento ma anche un cuore grande e pieno d’affetto.
Ciro è un romantico, un uomo capace di guardare oltre la sconfitta, un uomo rabbioso davanti ad un errore, pronto però a rimediare.
Nel 2009 Roberto Colombo lo descriveva così in uno dei suoi articoli:
“È di Napoli, ma a vederlo sembra uno svedese: biondo, alto, ben piazzato e con due occhi di ghiaccio. (…) Quando era nell’Under 18 allenata da Massimo Piscedda, fu protagonista d’un episodio gustosissimo: si giocava in Moldavia e Immobile era stato ammonito nel corso del match. Poco dopo segnò un gol bellissimo e andò a esultare sotto la curva… vuota. Si tolse la maglia e venne espulso“.
Ciro, infatti, è un rappresentante del suo essere, spavaldo quando serve e con i piedi per terra quando la partita lo necessita.
Umile, come umili sono i suoi genitori di Torre Annunziata. Proprio il padre di Ciro, Antonio, parlava così in un intervista:
“È stato Ciro a trasmettermi la passione per il pallone, a 5 anni voleva già che lo portassi in una scuola calcio”.
Per noi questo è Ciro, un uomo di ventisette anni, con gli occhi di un bambino che cerca sempre di divertirsi prima che di vincere.
Con la società biancoceleste ha un contratto quadriennale ma noi speriamo che Ciro rimanga per sempre ammaliato da quell’aquila sul petto.
Come scriveva Cervantes:
“Il cavaliere errante senza innamoramento è come corpo senz’anima”
E noi, di certo, siamo già innamorati di quel cavaliere col numero 17.
