Chievo-Lazio: Se telefonando io potessi…
89′:
“Aspetta un attimo che ha palla Il serbo”
“Papà? Non ti sento più, è caduta la linea?”
“Non ce credo, ha segnato da 40 metri”
“Da quanto scusa?”
Facciamo due passi indietro, anche se non gioca Anderson, siamo capaci di farli, no?
Chievo-Lazio. Già qua l’idea generale della partita dal punto di vista dei tifosi biancocelesti è paragonabile al cammino di Santiago (quanto ci manchi), con deviazione a Lourdes.
Le statistiche parlano chiaro: nelle ultime tre stagioni, la Lazio non è mai uscita vittoriosa dal Bentegodi, compresa la nuova squadra targata Inzaghi.
Così, in una domenica afosa di fine agosto, i biancocelesti si trovano ad affrontare il temibile Chievo di Maran. In trasferta.
Mentre la Lazio viaggiava verso Verona, io viaggiavo verso la vacanza estiva, con tanto di Wi-Fi portatile, sciarpetta della stagione 2011-12 da poter nascondere in valigia e vari portafortuna che non starò qui ad elencare. Mentre la mia ragazza giocava a tressette con la madre, io mi accingevo a preparare la tavola per la grande partita. Conoscendo i rischi del mestiere, avevo anche acceso lo streaming polacco/arabo, la radio e mezzi di comunicazione risalenti al medioevo.
Dopo 7 minuti di imprecazioni, di intermittenza e di animatori che tentravano di farmi partecipare anche al compleanno della nonna Gloria di settantanove anni, decisi di giocarmela con l’arma di distruzione di massa: il telefono.
Chiamai mio padre Luigi Alberto (si, avete letto bene), per una “diretta” della partita.
Premettendo che mio padre non aveva mai fatto una diretta prima, capii subito l’errore da me commesso ma ormai, la telecronaca più bizzarra dell’anno, era cominciata.
“Papà non funziona lo streaming, mi potresti fare la diret…”
“Stiamo giocando malissimo, almeno la Spal non attaccava”.
“Sei punti buttati, che succede?”
“Angolo”.
“Capirai l’ultima volta che abbiamo segnato da calcio d’angolo c’era, chi c’era?”
“Ciruzzo!”
“Ciro cosa?”
“Ha segnato di testa da calcio d’angolo di Luigi Alberto. Ha preso tutti, pure il palo.”
“Papà si chiama Luis, no Luigi”.
“Questo lo dici tu…”
“Amore, ha segnato Immobile!”
“Vedi che dopotutto non era così immobile”.
“Vabbè amore continua a giocare va…”
“Papà ci sei?”
“Io non ci credo…”
“C’hanno segnato, ve?”
“Mi vedo la formula 1 va…”
“Come l’hanno fatto?”
“Hai presente quando la difesa della Lazio va in happy hour? Ecco: tiro da fuori, bang, sbam, gol di Pucciarelli”.
“Ma te stai a vede la partita o Walker, Texas Ranger?”
“Fine primo tempo, menomale va, ci stavano prendendo a scodellate, Strakosha ha fatto il fenomeno, mi ricordava di quando giocavo a calcetto come portiere. Non passava niente”.
“Te credo, l’età media degli attaccanti era sessantacinque”.
“Comunque è ricominciata, niente cambi. Lo dicevo che era meglio Reja”.
“Vabbè ma come stiamo giocando?”
“Male. Se non peggio. Birsa sta tirando da dieci minuti da metà campo. Strakosha continua a fa miracoli, il solito”.
“Qualcuno si sta scaldando?”
“Io si, a furia di sentire il telecronista dire che ci sono 40 gradi a Verona. Comunque entra Lukaku e Caicedo. Ma chi è Caicedo?”
“Il rinforzo”.
“Capirai, è già cascato tre/quattro volte in area. Non è che il rinforzo serve a lui?”
“Papà è giovane, si deve ambientare, campionati diversi…”
“Mah, soldi buttati. Se me li davano a me tutto quei soldi, giocavo punta, trequartista, terzino e portiere all’unisono”.
“Vabbè, stiamo giocando un po’ almeno?”
“Abbiamo palla noi, aspetta, assist al bacio di Milinkovic, Ciro tira e…”
“E?”
“Se l’è magnato.”
“Che amarezza”.
“Esce Basta ed entra Marusic”.
“Te l’avevo detto di non parlare di Happy Hour, ora te lo ritrovi fuori casa”.
“Aspetta un attimo che ha palla Il serbo”
“Papà? Non ti sento più, è caduta la linea?”
“Non ce credo, ha segnato da 40 metri”
“Da quanto scusa?”
“Quanto è forte Sergej, è entrato Inzaghi in campo, non erano finiti i cambi?”
“In che senso Inzaghi in campo?”
“Ma che ne so, stanno amoreggiando”.
“Quanto manca alla fine?”
“11 minuti più recupero”.
“Vabbè il solito parto”.
“Tanto per cambiare”.
“Finita?”
“Finita”.
“Ti voglio bene pa”.
“Io più a Sergej, potevi essere come lui? Ora io e tua madre stavamo allo stadio a dire: lo vedete quello che ha tirato una scarpata da trenta metri e ha segnato? È figlio nostro quello”.
“Buonanotte anche a te”.
Riccardo Piazza
