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Chiedi chi era Penna Bianca

Fabrizio Ravanelli – detto “Penna bianca” – è un nome associato alla Juventus. Quel gol da posizione impossibile in finale di Champions contro l’Ajax, a Roma, lo piazza di diritto nell’Olimpo del calcio internazionale.

Ma per molti, le qualità migliori del giocatore Perugino non erano queste. Non erano le gesta tecniche, i gol, i trofei alzati (molti). Il suo pregio più grande era il cuore: un cuore che esplodeva quando correva a petto in fuori dopo un gol, con la maglietta tirata sopra la faccia, con le folle inglesi che impazzivano.

Una grinta che si respirava dal momento in cui entrava in campo, quella del giocatore umile, sempre, anche se la maglia che indossava era la più importante d’Europa. No, non si intende quella della Juve del ’96, o meglio lo era anche quella, ma la maglia biancocleleste del 2000 era altrettanto pesante. Parola di Sir Alex Ferguson.

Comunque, nel gennaio del 2000 arriva alla Lazio come rinforzo dopo un girone d’andata importante, uno scudetto buttato l’anno prima e un centenario da festeggiare. 9 gennaio del 2000, la prima squadra della Capitale festeggia un secolo di vita e Fabrizio Ravanelli si accomoda per la prima volta nella panchina lato Curva Nord. Partita spinosa, con loro c’era un certo Beppe Signori, ma la festa era pronta e non si poteva sbagliare.

Sul risultato di 1 a 1, Eriksson mette in campo Penna Bianca al posto di Veron. Premessa: nel 2000 un calciatore come Ravanelli era considerato una buona alternativa, data la sua età. Non come oggi che un pezzo da novanta del genere sarebbe senza problemi capitano della Nazionale. Fatto sta che la Lazio torna in vantaggio al 76′ con Nedved e chiude la gara proprio al 90′ con il nuovo acquisto Ravanelli. Apoteosi. Gol segnato sotto la sud e corsa disperata senza maglia fino alla nostra curva. Le lacrime. Vere. In meno di trenta minuti, Fabrizio Ravanelli piangeva per la Lazio. Perchè lui era così. Non esistono mezze prestazioni, non esistono minuti senza emozioni. Prima il cuore, sempre.

Rimase alla Lazio fino al 2001, vincendo quindi Scudetto, Coppa Italia Supercoppa Italiana, per poi tornare oltre manica, dove il football assomigliava di più al suo modo di giocare maschio e sanguigno. Ha chiuso a Perugia, dove aveva cominciato. Dove da ragazzo sembrava già grande, con la testa completamente bianca ma una forza fisica da vera ariete.

Oggi abbiamo calciatori social, pettinati e patinati, tuffatori e con gli scarpini colorati. Ieri avevamo ragazzi che dalla serie C arrivavano alla Juve, vincevano la Champions, continuavano a vincere ovunque per poi tornare a casa, umili. E sicuramente, con la prova tv sarebbero stati squalificati di continuo. Perché prima il calcio era vero, verace, forse un po’ volgare, ma comunque non passava per la lente dell’apparire. Il calcio di ieri era essenzialismo allo stato puro e Penna Bianca, col soprannome da pittore, era uno dei maggiori esponenti di questo movimento calcistico/culturale. Con il capello sbiadito al vento, senza finzione alcuna.

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