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🏟️ Biancoceleste nostalgia

C’era una volta un bambino, e suo fratello grande.

Correva l’anno 1993. Forse non c’erano ancora le pay tv, c’era la SIP con le sue cabine telefoniche a gettoni o schede, c’era 90esimo minuto e le lasagne alla domenica. In famiglia si era soliti seguire le partite della Lazio su Teleroma 56, “In campo con Roma e Lazio” con Lamberto Giorgi e Giulio Galasso.

Tutte le domeniche menu fisso: pranzo alle 13 con lasagne,arrosto e patate al forno. Vino per papà. Ogni tanto me ne dava un goccio, allungato con l’acqua. Avevo 8 anni. Poi tutti in salone. Papà accende la tv su Teleroma verso le 14 e 30, c’era il supercomputer che dava il pronostico sulle partite.

Ore 15: catarsi.

I collegamenti, dovendo seguire due partite erano intervallati e tutti rimanevamo in attesa di quei 3-5 minuti in cui la telecronaca si soffermava sulla Lazio. Ricordo l’attenzione nel seguire gli sguardi degli ospiti della trasmissione per capire cosa stessero vedendo, con un notevole dispendio di fantasia.

“Attenzione Lamberto, devo interromperti perchè ha segnato la Lazio! Gol di Boksic….” e il resto non si sentiva più, perchè babbo e mio fratello urlavano come pazzi nel silenzio di una domenica pomeriggio, a Centocelle.

Finisce la partita e l’appuntamento successivo è 90esimo minuto, “metti i gò” in rigoroso accento romano comanda mio fratello a papà. Un’altra ora di calcio e poesia passa cosi’, ammirando le gesta che avevamo potuto immaginare poc’anzi dalla radiocronaca, anche tentando di capire quanto la nostra fantasia nel farlo fosse andata vicina alla realtà.

L’appuntamento sotto casa con gli amici che ci davamo in mattinata era “ci vediamo dopo i gol, porta il pallone”. E cosi accadeva. Ci si riuniva a giocare a calcio sul marciapiede, a fare i due contro due e uno in porta o la “tedesca”. Era sempre una tedesca molto impegnata, perchè tutti tentavamo di imitare ispirati quanto visto su 90esimo minuto. E cosi partivano i tiri a giro alla Del Piero, i rigori alla Signori, i Gol di testa alla Bierhoff, le punizioni alla Baggio. Ma anche “oh, ma chi sei Nesta?”.

Talvolta c’era la variante Stadio. Allora la mattina non uscivo coi miei amici perchè verso le 12e30 io e mio fratello partivamo per l’Olimpico via tangenziale.

Allora il programma era diverso. la mattina ci si svegliava e si faceva una ricca colazione che mio fratello si procurava, cappuccino e cornetto. Con annesso Corriere dello sport-stadio.

Mamma intuiva che avrebbe dovuto prepararci il menu Stadio: rosetta scaldata sul gas con frittata. Bottiglia d’acqua. Qualche spicciolo per me per comprare qualcosa allo stadio, poche lire, non eravamo mai stati abbienti, tutt’altro. Però eravamo felici. E non lo sapevamo.

Alle 12 mia mamma ravanava con me nel mio armadio alla ricerca di qualcosa da mettere addosso di piu biancoceleste possibile. Il rituale si completa con l’apposizione sul mio collo della sciarpa degli Eagles Supporters (!) da parte di mio fratello. Poi si partiva, in macchina verso l’Olimpico, verso un’altra domenica di sole e poesia.

Il tunnel. Migliaia di sciarpe legate agli specchietti delle auto in coda vibravano al suonare del clacson di tutte la auto occupanti. Si salutava con un “forza Lazio” anche chi non si conosceva dietro un altro vetro di un’altra macchina, di un’altra storia, di un’altra poesia con all’interno un bambino che va allo stadio.

Si arriva tentando di parcheggiare, con un po’ di fortuna si riesce a parcheggiare verso piazza Mancini. il tragitto a piedi verso lo stadio è colmo di sciarpe, bandiere, stendardi e cori.

Ingresso: controllo biglietti e zaini, si apre la bottiglia di acqua buttando il tappo. E poi l’emozione meravigliosa di salire quei gradini.

Sono 27.

Ma al 25esimo intravidi “l’ amor che move il cielo e l’altre stelle”: gli spalti gremiti, tra caffè borghetti e cori sempre piu forti.

La partita inizia. Talvolta si passava in svantaggio ed era brutto guardare la disperazione e la tristezza nei volti dei ragazzi in curva. Ma quando segnavamo, oh beh, quando segnavamo….

Un’apoteosi mistica invade il settore, ci si abbraccia tutti con tutti, potevo dire le parolaccie che tanto non mi sentiva nessuno. Un giocatore piccolino e biondo aveva segnato un gol incrrdibile e subito si leva il coro “e segna sempre lui, e segna sempre lui…”

In un momento realizzai che tutte quelle radiocronache, tutti quei nomi di cui sentivo parlare, esistevano realmente. Non era un racconto di fantasia, qualcuno di loro al massimo sarebbe diventato leggenda. Mi sentivo frastornato, come se fossi parte di qualcosa di irreale.

Finisce la partita. Applausi e di corsa a casa per il sacrosanto appuntamento con “i gò”.

Mamma appena entriamo ci dice “hai visto che Lazio?”

“na bomba!” rispondevo io.

Eravamo felici, e non lo sapevamo.

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