Search

Aurelio Andreazzoli: ritratto di un uomo (forse) innocente

L’universo è fatto di momenti, di istanti e di persone che li vivono. Molto spesso non dipende da noi, ma è troppo importante non farsi trovare nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

Aurelio Andreazzoli può essere l’emblema di questo concetto.

Uomo serio, distinto, dal nome imperiale. Da anni in una società che frequentemente ha cambiato guida tecnica ma dove lui opera nell’ombra, chissà, magari aspettando la grande occasione. In effetti, potrebbe arrivare da un momento all’altro, visti i risultati. Sì, perché questi non arrivano e gira che ti rigira, può darsi pure che ti assegnano la panchina in Serie A.

D’altronde, “El proyecto” è andato come è andato, il ritorno del boemo Zeman ha fatto breccia fino a febbraio e poi “4-3-3 non sbrocco più per te”.

Ed ecco qua la grande occasione. O grande fregatura? Ma chi se lo poteva immaginare che sarebbe finita proprio così, il 26 maggio 2013, dopo una stagione piatta – ma nemmeno troppo lontana dalle solite – con una delusione sportiva così dolorosa? Forse nessuno. Ma di sicuro, sedersi sulla panchina della Roma dopo lo spagnolo che aveva iniziato ma non è stato capito e dopo Zeman che attaccando contro il sistema aveva dimenticato la difesa, non era la cosa più facile al mondo. Pensate voi di trovarvi con un gruppo sfaldato, progetto tecnico al delirio, senatori che spadroneggiano ma con la stampa e il favore del pronostico sempre e ostinatamente dalla vostra parte. E se si perde di chi sarà la colpa? Prima dell’allenatore, poi della società e poi se avanza tempo, pure dei giocatori.

La grande incudine sulle spalle di Andreazzoli è proprio questa: guidare una squadra mediocre, senza identità, ricca di tronisti ed essere presentato come il tecnico di un team che potrebbe – anzi dovrebbe – vincere.

La Lazio si qualificò con largo anticipo temporale alla finalissima di Coppa Italia del 2013, battendo la Juve dopo una vera e propria odissea. Decise Floccari allo scadere, ma la gioia del momento fu in poco tempo sopraffatta dalla paura. Bisognava aspettare fino ad aprile per sapere se l’altra finalista sarebbe stata l’Inter o la Roma, in vantaggio nei primi 90 minuti sotto la guida di Zeman.

I mesi passano, Petkovic brilla meno in campionato, ma la testa è tutta sulla finalissima e sul verdetto di Inter – Roma. Sappiamo come andò e da quel momento – 22.45 circa, del 17 aprile 2013 – i componenti di Roma e Lazio erano uomini appesi a un filo.

Eroi o perdenti. Non esistono vie di mezzo. E Aurelio Andreazzoli si trova lì nel fango, quando in realtà, lui non c’entra nulla. Sì, sarebbe potuto diventate Re per una sera, ma conveniva rischiare così tanto? In ogni caso, non sarebbe stato confermato alla guida tecnica romanista. In caso di sconfitta (come ringraziando il cielo è stata) sarebbe diventato l’immagine di questa disfatta, di questa “nefandezza” come disse qualcuno.

Sono passati 5 anni, e oggi Aurelio è un uomo nuovo. Un po’ come nei film, quando il programma protezione testimoni della CIA spedisce qualche ex narcos nelle Filippine, gli cambia nome e gli trova un lavoro come delivery man. Ma poi un giorno, nel mezzo di una calma mattina di sole, i sicari del cartello che hai tradito ti trovano. E lì sono dolori.

Domani sarà il turno di Andreazzoli, ma a differenza di un Carlito’s way Derby edition, sarà Aurelio a trovare noi. Nella sua pacatezza, cercherà una soddisfazione davanti a un pubblico che l’ha fatto soffrire. O anche no, sembra troppo banale. Ma siamo certi che il Mister dei toscani la soddisfazione la debba cercare proprio contro la Lazio? Oppure, in realtà, chi ha messo in mezzo Andreazzoli sono stati proprio i giallorossi?

In giro si parla e si legge di “rivincita”. Beh, calma. Se ne parlava anche 2 anni fa, nella semifinale derby, sempre in Coppa Italia. La Lazio ebbe la meglio anche quella volta ma se avessimo perso, si sarebbe potuto parlare di rivincita? O di vendetta? Non scherziamo.

“Avoja a magnà pagnotte” citando un po’ di goliardia laziale.

Ma attenzione all’Empoli. Vendetta o non vendetta è una buona squadra, guidata da un bravo allenatore, che in Serie B ha mostrato le sue qualità. Non si giocherà la testa piena di paure e responsabilità, come si giocò nella finale del 2013. Oggi è una partita come tante altre che, quindi, nasconde pericoli e insidie che non segneranno la storia della Lazio, ma potrebbero penalizzarci seriamente in classifica, dopo una partenza a rilento.

Quindi niente paura. La partita varrà (solo) 3 punti.

Write a response

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Laziocrazia.eu © Copyright 2018. All rights reserved.
Close