E’ solo pochezza della classe arbitrale? E’ solo scarsa abilità, mista a superficialità? O c’è davvero un elemento più profondo che condiziona i direttori di gara che si approcciano alle gare della Lazio? Non è possibile dare una risposta univoca, definitiva, anche se gli indizi che spingono verso la seconda ipotesi cominciano a essere tanti e quindi si rischia di imbattersi in una prova. O anche in più prove. Perché è difficile parlare di casualità, di sfortuna, di poca attenzione.
Se Guida (in stato di ebbrezza?), richiamato da Gavillucci, corre al Var per rivedere il fallo (netto) di Luiz Felipe su Pavoletti, ci si chiede perché non faccia lo stesso sul doppio fallo della coppia Ceppitelli-Barella su Immobile. O perché, nove giorni fa, Banti e Irrati non abbiano notato il fallo evidente di Benatia su Leiva in Lazio-Juventus. E la lista è ormai lunghissima, una sfilza di errori che parte da Lazio-Milan, 3° gara di andata, quando sullo 0-0 Rocchi non vede un fallo piuttosto netto di Musacchio di Luis Alberto e quindi non concede rigore. Due giornate dopo, poi, sempre all’Olimpico, stavolta contro il Napoli, sempre sullo 0-0, è Reina a commettere un’entrata killer su Immobile, fuori dall’area di rigore. Sarebbe stata espulsione. Ma fu solo ammonizione. A cascata poi arrivarono i Lazio-Fiorentina, Lazio-Torino, Samp-Lazio, i Milan-Lazio, Lazio-Juventus e Cagliari-Lazio.
Gare condizionate in modo palese dalla mala gestio arbitrale, partite che hanno sottratto punti e fiducia alla squadra di Inzaghi, perché è umano demoralizzarsi quando gli sforzi, i sacrifici, i sogni, vengono spezzati da fattori terzi e non da propri demeriti. E’ umano farsi pervadere dalla rabbia, dall’amarezza, farsi travolgere dalla frustrazione. Perché il Calvarese che rifiuta l’omaggio (che tutte le squadre fanno) post Lazio-Crotone è un guanto di sfida sbattuto sul viso di Immobile, di Luis Alberto, di Strakosha, di Radu e di tutti questi meravigliosi ragazzi che da mesi stanno lottando anche contro i loro stessi limiti per regalarsi e regalarci un sogno chiamato Champions League. Non è possibile sapere se dietro ci sia davvero un disegno anti-Lazio, se davvero esista un complotto. Se davvero sia colpa della volontà di Lotito di riformare il mondo arbitrale, facendo diventare i fischietti dei professionisti e quindi togliendo loro la possibilità di portare avanti altre attività durante la settimana. O se l’intento sia quello di favorire club che, senza Champions, vedrebbero peggiorare la già disastrata situazione debitoria.
A far riflettere, intanto, c’è la circolarità dei nomi degli arbitri coinvolti con Irrati, per esempio, che tra campo e Var ricorre in cinque occasioni. Staccando nettamente Rocchi con tre e Banti e Giacomelli con due. Questi direttori di gara sono i Pennywise dei tifosi Laziali, clown che rubano i sogni, che assumono la forma delle paure più recondite di ogni tifoso.
Il Professor Roberto Burioni, immunologo di fama mondiale, ha detto, qualche settimana fa, che lui ai complotti (soprattutto nel mondo della medicina) non crede, l’unico a cui crede è quello arbitrale contro la sua Lazio. Burioni, che è persona illuminata, non scherzava. Era serio. E se addirittura una mente del genere arriva a pensare che contro la Lazio sia in atto qualcosa di strano, be’ allora viene da pensare pure a quei poveri mortali che illuminati non sono. Le parole di Immobile, Inzaghi e Parolo pronunciate nel post-partita sono il manifesto dello stato d’animo della squadra. Stesso dicasi per le dichiarazioni di Tare, rilasciate a Il Corriere dello Sport.
Una squadra stanca, svuotata, quasi arresa di fronte all’evidenza dei fatti. Il “Non ci faranno smettere di sognare” del mister è quasi il grido di chi in guerra prova l’ultimo assalto sapendo, però, che sarà inutile. Il grido di William Wallace di fronte all’esercito inglese a Falkirk. Perché il sentimento che comincia a serpeggiare è quello di aver a che fare con forze contro le quali è difficile porre in essere una resistenza. I complotti – o come volete chiamarli – non sono una barzelletta, a piani molto superiori rispetto al calcio, hanno fatto morti e scritto pagine oscure di questo Paese.
Nel calcio, invece, le manovre extra campo hanno a volte creato scandali, altre sono rimaste insabbiate nella scarsa attenzione mediatica e giudiziaria a porre loro un freno, magari fermando la giostra e quindi l’indotto. Ma sono sempre esistite. Non è questo il caso? Non lo sapremo mai. E quindi, senza prove evidenti e inconfutabili della teoria, si rimane lì nel limbo, a fare la figura dei (poco) contenti e cojonati.
Cojonati soprattutto, perché se la Lazio non dovesse arrivare tra le prime quattro, detto in tutta onestà, sarebbe difficile dire qualcosa ai giocatori e all’allenatore. Cali, errori, disattenzioni, sono pane quotidiano di quasi tutte le squadre, non si può mettere la croce addosso a un gruppo di giocatori che da settembre gioca ogni tre giorni e che ha già messo insieme la bellezza di 42 partite ufficiali. Più di ogni altra compagine in Serie A. Nonostante evidenti e comprensibili cali, però, provate ad aggiungere alla classifica della Lazio almeno 6-7 punti e oggi probabilmente si parlerebbe solo di una squadra meravigliosa. Se a questa addizione, ci infilate pure la sottrazione di qualche punto raccolto in modo un po’ fortunoso (mettiamola così) dalle dirette concorrenti, ecco che forse la corsa Champions riguarderebbe solo una piazza, la quarta, e tra le contendenti non ci sarebbe la Lazio.
