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Alla ricerca del gol perduto

In questo articolo i nostri sedicenti esperti (tranquilli, per loro garantisce il Mago Do Nascimento) analizzano i principali argomenti tattici delle ultime partite della Lazio.

Il primo argomento trattato è sotto gli occhi di tutti: nelle ultime partite, esclusa la trasferta sul campo di un derelitto Pescara, la compagine biancoceleste ha espresso un ottimo calcio, creando numerose occasioni da rete, tuttavia senza riuscire a trasformarle in maniera efficace: come mai? Mancanza di freddezza, semplice sfortuna, limiti caratteriali? Un complotto dei poteri forti, i quali sono gli stessi che mi fanno perdere sempre al Fantacalcio? Proviamo a ragionare.

Partiamo dal modulo utilizzato. Per caratteristiche dei giocatori in rosa, il 4-3-3 sembra la formazione più adatta per la Lazio, e infatti è stato utilizzato, tranne alcuni passaggi alla difesa a 3, in maniera quasi esclusiva in questa stagione: in questo modo è possibile schierare contemporaneamente due ali (Anderson e Keita) a cui si richiede anche un lavoro di ripiegamento, due mezzali (Parolo e Milinkovic-Savic) che consentano al primo regista (Biglia) un primo appoggio comodo e che si inseriscano costantemente in fase offensiva, e due terzini (Basta/Patric e Radu) che garantiscano spinta e sovrapposizione sulle fasce, per aiutare le ali. Con questo modulo si ha una manovra molto fluida, che permette di avere rapidi cambi di gioco, possibili superiorità numeriche sulle fasce, e che impiega la quasi totalità dei giocatori di movimento (gli unici esclusi sono i centrali difensivi): tuttavia, questo comporta un notevole dispendio di energie da parte dei protagonisti principali, ovvero le mezzali e l’attaccante centrale, i quali sono in constante movimento, che pregiudica la lucidità nelle decisioni prese dai giocatori negli ultimi 16 metri.
Infatti, nella maggior parte dei casi la Lazio o sbaglia l’ultimo passaggio, oppure effettua una conclusione per nulla irresistibile, la quale non basta a superare l’estremo difensore avversario, specie se si trova in uno stato di grazia (vedasi Donnarumma). Non a caso, sono pochissime le partite in cui la Lazio ha segnato un gol decisivo per il risultato negli ultimi 15 minuti (Lazio-Bologna, Torino-Lazio, Lazio-Crotone e Empoli-Lazio).

C’è da considerare un altro fattore: Immobile non è una vera prima punta, ma rimane nel limbo. È un giocatore encomiabile per l’impegno che ci mette nella costruzione della manovra, che lo porta a svariare continuamente per tutto il fronte d’attacco, e nei ripiegamenti difensivi, mentre pressa i primi portatori di palla avversari. Tuttavia, questo utilizzo del centravanti come playmaker avanzato priva la Lazio di un terminale offensivo vero e proprio in area di rigore, mancanza alla quale devono rimediare o le mezzali che si inseriscono, oppure una delle due ali mentre effettua un taglio: infatti, escluso Anderson, vantano tutti un discreto score realizzativo (Keita 7 gol, Parolo 5, Milinkovic-Savic 4).
I recenti problemi in fase offensiva nascono anche da questo: oramai gli avversari conoscono il gioco della Lazio. Quando Immobile si allarga, raramente un centrale difensivo avversario lo segue, e l’area di rigore rimane quindi ben coperta dai difensori, non presentando buchi liberi che favoriscano l’inserimento dei centrocampisti; quando Immobile rimane in area, cercano di intasare le zone centrali del campo, costringendo la Lazio ad un gioco sulle fasce senza sbocchi facili.

Quando il gioco ristagna sulle fasce, allora devono essere le ali a prendere in mano il pallino: molte azioni partono come iniziative individuali di Keita o Anderson , vedasi, ad esempio, il primo gol contro la Sampdoria:
Questo crea un problema quando questi giocatori incappano in una giornata no, caso tipico del secondo (ma ne parleremo più avanti), il quale ha realizzato comunque 8 assist in questo scorcio di stagione. E si sa che dipendere troppo dalle iniziative personali è un’enorme debolezza, in un qualsiasi sport di squadra.

Quale può essere la soluzione? A Inzaghi tocca dipanare questa intricata matassa, senza poter attingere al recente passato: quasi tutti i tifosi laziali si ricordano ancora benissimo la stagione 2014-2015, con il bellissimo gioco espresso, nonostante alcuni momenti non si otteneva ciò che contava davvero (I PUNTI PIOLI, I PUNTI!), e la straordinaria efficacia realizzativa con 71 gol realizzati, 4 marcatori diversi in doppia cifra (Klose, Anderson, Candreva e Parolo) e 8 vittorie consecutive. Eppure il modello era praticamente lo stesso. I giocatori quasi. Il gioco è molto simile, ed è fluido anch’esso.
Ma. Ma alla Lazio di Inzaghi manca un giocatore fondamentale nella Lazio di Pioli: Stefano Mauri, e la sua rarissima intelligenza calcistica. Alla Lazio attuale manca un vero playmaker avanzato che dispensi Immobile dal suo girovagare eterno per il fronte d’attacco, che sappia dettare la giocata e gli inserimenti dei compagni, sapendo sempre quale sia la mossa più intelligente da fare: l’unico che potrebbe ricoprire questo ruolo sembra essere Milinkovic-Savic, data la poca fiducia accordata a Luis Alberto (chi?), il quale occuperebbe il suo ruolo naturale: tuttavia, il ragazzone serbo deve ancora crescere sotto questo punto di vista, nonostante, oppure proprio per l’enorme potenziale tecnico che si ritrova tra i piedi.

Questa può essere la soluzione? A Inzaghi (e ai gol) l’ardua sentenza.

 

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