C’era una volta un ragazzo, che poi sarei io, piuttosto incazzato. E ingenuo. Perché un anno fa la Lazio acquistava El Tucu Correa: bel faccino, alto, atletico. Una promessa del calcio internazionale disattesa, come tante altre rimaste incompiute prima di realizzarsi sotto il sapiente sguardo di Igli Tare. Un ds abile nel vedere un fiore dove altri si fermano alle mosche e al letame. Anche se questo probabilmente non è il più elegante degli esempi. Comunque, l’acquisto di Correa – visto con gli occhi di un laziale a cui erano appena stati scippati la Champions League e Felipe Anderson dalle mani – sarebbe stato in grado di ammosciare pure Rocco Siffredi, parliamoci chiaro. Soprattutto considerando i soliti mille nomi circolati attorno al mercato biancoceleste come papabili sostituti del Pipe. Di questi, uno su tutti mi eccitava particolarmente. Quello di Pedro Rodrìguez Ledesma (sì, Ledesma): per gli amici Pedro, per i feticisti della classe operaia al potere Pedrito.
Trecentosessantacinque giorni fa, Correa per me era questo. Scusatemi se mi sono un po’ ammosciato.
Sottovalutato
Un termine inflazionato, usatissimo, ormai banale. Ma che volete farci, “sottovalutato” è un termine che a Pedrito calza a pennello. D’altronde, quando fai parte di un attacco composto prima da Eto’o e Ronaldinho, poi da Ibrahimovic, Henry, Neymar, Suarez e la costante ombra di Messi a fagocitare ogni applauso, emergere non è cosa semplice. Almeno agli occhi dei tifosi, perché sul campo Pedro emerge eccome. Gli ci vuole un po’ e i saluti del camerunense e del Gaucho aiutano, è vero. Ma il canterano ci mette soprattutto del suo.
Come da miglior tradizione blaugrana, Pedrito viene allevato fin dai 17 anni nel club che poi lo lancerà nel grande calcio. Pazienza, dedizione. Cantera. Il battesimo del fuoco arriva con Frank Rijkaard nel 2007/08: due presenze per 5 minuti totali. Praticamente nulla, ma è quanto basta allo spagnolo per rompere il ghiaccio e al tecnico olandese per scippare l’onore a Pep Guardiola. Poco importa, o forse molto importa a un pignolo come l’allenatore del City, fatto sta che è proprio con il Tiki-Taka e il Guardiolismo che Pedro diventerà Pedrito. Giusto un altro anno per ambientarsi, ma una volta diventato titolare lo spagnolo non uscirà più dagli ingranaggi di quel giocattolo ineguagliabile che era il Barcellona di Pep. Con i catalani colleziona 321 presenze, 99 – e che sfiga – gol, 65 assist. Non starò qui a fare la conta dei trofei.
Magari questo post può aiutare a rendere l’idea.
Il curriculum parla chiaro, ma non basta. La MSN è una presenza troppo ingombrante per l’umile ragazzo di Tenerife. Messi è Messi, Suarez è il miglior attaccante del momento e Neymar è l’uomo immagine su cui costruire i futuri successi del Barcellona (illusi). Pedro, invece, è una pedina apparentemente sacrificabile: il Chelsea presenta una misera offerta da 27 milioni, i blaugrana accettano.
La classe operaia al potere
Senza Pedrito, il Barcellona non è più lo stesso. In campionato fa incetta di Liga, ok, ma nel frattempo il Real Madrid vince fischiettando due Champions League e anche la MSN si sfalda sotto i capricci di Tania Cagnotto Neymar.
Non che Pedro se la passi tanto meglio al Chelsea. I Blues si fermano a un clamoroso decimo posto e, nonostante la discreta stagione a livello personale, lo spagnolo appare come un corpo estraneo grazie al meticoloso lavoro autosabotante di Mourinho e Hiddink. C’è chi dice che per lui, alla soglia dei 29 anni, la carriera sia già pronta a un inesorabile declino. D’altronde non ha mai fatto granché. Facile giocare con certi campioni, impossibile non vincere tutto il vincibile sotto la guida del miglior Guardiola di sempre. Il suo tempo era ormai finito.
E infatti.
E infatti Pedro in due stagioni alza una Premier League e una FA Cup, rispettivamente campionato e coppa più difficili e prestigiose del mondo. La cura ai suoi mali si chiama Antonio Conte, uno che del proletariato al potere ha fatto un marchio di fabbrica. Dopo aver vinto tutto in Italia con Estigarribia, Matri, Padoin e Peluso, chiamare operaio un tridente composto da Pedro, Diego Costa e Hazard sembra quasi un insulto. Eppure è con la difesa a 3 e la valorizzazione degli attaccanti esterni trasformati in soldatini tutti corsa e sacrificio, come Pedrito, che Sir. Antonio fa del Chelsea una macchina perfetta il primo anno, e comunque vincente il secondo. Scusate se è poco.
Il lavoro dell’ex Barça in questo è fondamentale, perché con 9 gol e 10 assist contribuisce a portare a casa un’enorme fetta di Premier. La stagione successiva, poi, spiana la strada alla conquista della FA Cup siglando al 105′ un gol vittoria pesante come il piombo nei quarti contro il Leicester.
Poi il Chelsea cambia guida, storia nota. La naturale propaggine di Conte, fin dai tempi dell’Arezzo in Serie B (e adesso pure alla Juventus), si è sempre chiamata Maurizio Sarri. Due idee di gioco agli antipodi, ma due uomini simili per temperamento e valori umani. Variando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, e Pedrito vince da protagonista – con tanto di 5 gol realizzati dagli ottavi alla finale – l’Europa League di cui entrerà anche a far parte del Team Of The Year. E fa niente se il Sarrismo&Rivoluzione ad oggi non ha più senso di esistere dopo il tradimento del comandante, Pedro è stato sul campo l’incarnazione di ciò che Sarri ha inseguito per anni: alzare un trofeo con i suoi uomini, i suoi operai. Scarti, sottovalutati, vincenti.
Da operaio a superstar
Fa già ridere così. “Alla Lazio vorrei..Pedro”, sono uno che vola basso, come le aquile più o meno. Più che il prezzo del cartellino (20 milioni, comunque una cifra che i biancocelesti non spenderebbero mai per un 32enne) è lo stipendio da circa 6 milioni di euro a stagione a rendere la trattativa inagibile sul nascere. Però, permettetemi di sognare. Almeno qui su Laziocrazia.
La Lazio sta cercando esterni d’attacco, questo benedetto 3-5-2 ha bisogno di alternative. E uno come Pedrito spazzerebbe via la concorrenza di qualsiasi Random-ic uscito fin qui e che uscirà nelle prossime settimane, a mani basse. La sua è una classe pragmatica, concreta, utile. Nessuna giocata è fine a sé stessa, o finalizzata agli applausi: Pedro non ha mai dominato la scena, il suo ruolo al Barça o al Chelsea non è mai andato oltre a quello di coprotagonista. Qui a Roma sarebbe diverso e, forse, sarebbe pure un rischio. Perché se c’è una cosa da poter mettere in discussione, è proprio la sua capacità di leadership. Questo suo vivere all’ombra, da operaio del calcio, l’ha portato – immeritatamente – a eclissarsi al confronto con le stelle della squadra. Alla Lazio, invece, sarebbe la superstar.
Spazzando via i pessimismi che accompagnano pure le mie fantasie, Pedro è uno che ha vinto tutto. Non scherziamo. È uno che sa come si fa, insomma. Mentre accumulava trofei con i suoi due club, ha alzato un Europeo. Un Mondiale. É un calciatore superiore, che ha vestito per troppo tempo i panni di quello normale. A questa squadra manca tutto quello che Pedrito potrebbe darle in termini mentali oltre che tecnici, e l’attacco Pedro-Immobile-Correa sarebbe l’incipit di un orgasmo calcistico che neanche la cessione dell’altro Pedro, Neto, potrebbe ammosciare. È solo un sogno, erotico probabilmente. La libido della squadra di Inzaghi si alzerebbe ben oltre i livelli di rischio della scala Sievert (scusatemi, sto guardando troppe serie tv) e finirebbe per farci quasi del male. Mai quanto sognarlo, però. Questo sì che fa male.
Pedro non arriverà, ma uno così alla Lazio lo vorrei eccome.


