Non è facile parlare di Alessandro Nesta per un laziale. Non è facile spiegarlo a chi non lo ha vissuto, a chi non lo ha visto calcare il prato dell’Olimpico con la fascia al braccio e i capelli al vento, a chi il numero 13 è abituato a vederlo sulle spalle di Wallace. Abbiamo quindi deciso di lasciare che siano penne più capaci ed esperte di noi a tentare di raccontare Alessandro Nesta ai millennials. Penne più capaci, e il nostro Direttore.
Emiliano Storace, TuttoBundesliga
Una citazione, a cui sono molto legato, recita: “L’educazione è come l’eleganza. Se non ce l’hai non puoi fingere di averla”. Sacrosanta verità da insegnare ai nostri figli. Ecco, Alessandro Nesta aveva entrambe le qualità. Unite ad un immenso carico di classe che inevitabilmente nobilitava le prime due. O viceversa. Chi vi parla è un ragazzino di quattordici anni, innamorato di tanta bellezza nei suoi primi anni di stadio. Eleganza e stile lo dimostrò anche in quel freddo pomeriggio di Udine, quando Dino Zoff lo mandò in campo per la prima volta in Serie A al posto di Pierluigi Casiraghi. Fisico asciutto da principe, maglia composta nei calzoncini e corsa fluida a testa alta degna del miglior Carl Lewis. Fin dal suo primo passo su un campo di massima serie, si era capito subito che quel ragazzo romano e laziale fino al midollo, sarebbe diventato un esempio da tramandare nel tempo. E’ stato lui, senza alcun dubbio, lo spartiacque della Lazio tra il passato operaio e povero dell’era Calleri, a quella splendente e ricca di Sergio Cragnotti. Un campione di classe ed eleganza, il segno tangibile del cambio di epoca biancoceleste.
Nesta è infatti il prototipo del calciatore moderno: doti atletiche eccezionali, eleganza nei movimenti, senso della posizione figlio della migliore tradizione difensiva italiana, capacità di costruire il gioco da dietro e soprattutto, una delle doti più invidiate, il suo essere campione silenzioso e schivo ad ogni polemica. Nesta ha sempre preferito far parlare il campo invece che i giornali. Questa sua dote spesso è stata fraintesa e scambiata per saccenza o addirittura chiusura mentale. Niente di tutto questo. Nesta è sempre stato eleganza allo stato puro. Non si è mai fatto trascinare nelle paludi mediatiche di una città isterica di calcio, preferendo sempre dimostrare il suo valore durante una partita, magari anticipando in scivolata un avversario dopo una rincorsa di venti metri fatta sempre a testa alta. E che scivolate ragazzi. Le più belle mai viste prima. In un’epoca d’oro del nostro calcio, dove si poteva scegliere tra i migliori campioni di tutto il mondo, lui nobilitò il ruolo di difensore portandolo nel futuro. In pochi mesi, seppur giovanissimo, riempì il cuore dei tifosi a tal punto che diventò capitano di una Lazio fortissima. Lui, romano e laziale, con la fascia al braccio. Un sogno. Nesta aveva fatto venire voglia ai bambini di diventare difensori. Perché fare il difensore, adesso, non significava più tirare calci ad un avversario o cercare di limitarne le giocate. Adesso, grazie a lui, difendere significava svettare di testa quaranta centimetri più in alto del tuo avversario, togliergli il pallone senza che neanche si accorga del tuo passaggio, uscire dal campo con la maglia pulita perché il tuo lavoro lo fai solo di anticipo e mai di contatto. Non c’era più un Baggio che ti spaventava. Tanto c’è Nesta. Nessun Weah, nessun Batistuta, nessun Ronaldo. Con lui si andava allo stadio sicuri! Una parola che mai sentimmo così nostra come in quei nove, brevissimi anni.
Nesta ha racchiuso in sé più lazialità di quanto si possa immaginare e più di quanto ogni tifoso abbia apprezzato. Il laziale infatti è così: elegante sempre, anche nella sofferenza. E lui l’ha dimostrato anche quando fu costretto a lasciare la maglia della sua vita per cercare di darle ancora un futuro. Per professionalità e amore, ha preferito soffrire in silenzio, aspettando la fine della sua carriera prima di tornare a parlare di Lazio e del suo passato. Aveva la morte nel cuore, come quei sessantamila che lo fischiarono al suo ritorno a Roma con la maglia del Milan mentre piangevano di rabbia. E quelle lacrime erano vere. Erano le lacrime di tanti bambini che aveva fatto innamorare e che volevano continuare a sognare. Quel suo essere distante dalle masse del tempo, lo ha fatto arrivare 47° nella classifica dei migliori calciatori di tutti i tempi. Ma a lui va bene così. Meglio restare nelle retrovie da difensore vero. Tanto il valore reale di un calciatore, resta nel cuore e nella mente dei tifosi e di chi ha avuto l’onore, o la sfortuna, di giocarci contro.
Fabio Belli, LazioStory
Amici Millennials, Alessandro Nesta è la prova vivente del perché le nostre generazioni non potranno andare d’accordo. Voi, coi vostri coworking, la vostra mania per il lavoro di squadra, il team, i briefing, le riunioni anche per stabilire gli strappi della carta igienica nel bagno dell’ufficio. “Sometimes you cant’ make it on your own” ascoltate con le vostre cuffiette e non potete capire che ai 30/40enni di oggi Alessandro Nesta ha insegnato tutto il contrario. L’abbiamo visto segnare un gol da solo a Guimaraes, in una notte in cui giocare in Coppa UEFA era per noi una stravaganza al pari della vostra prima volta a Berlino. L’abbiamo visto segnare il gol che ha cancellato dall’album Panini quella dicitura, “1 Scudetto 1 Coppa Italia” che sembrava quasi un sottotitolo più che un palmares. E una notte di Champions, l’abbiamo visto difendere tutto da solo, mentre gli altri attaccavano e provavano a rimontare tre gol a Valencia. Tutti i pomeriggi da American Apparel del mondo non valgono l’aver visto giocare con la difesa a 1, altro che discorsi su quella a 3. Sarà per questo che Inzaghi, che era lì con lui, è così convinto? Nesta ha vinto la Supercoppa Europea contro il Manchester United degli invincibili a Montecarlo, roba che a Pievepelago si è aperta una voragine tanto sembrava impossibile che la Lazio fosse là. E tre mesi prima aveva alzato la prima coppa europea biancoceleste, la prima in assoluto di sempre. E lui cosa ha fatto? Ha fatto coworking? Ha diviso la coppa coi compagni di squadra? Ha dedicato la vittoria a una commessa di Zara conosciuta portando il Welsh Corgi a fare footing canino a Villa Borghese?
L’HA ALZATA CON UNA MANO SOLA. Il massimo risultato, il minimo sforzo. Il campione, la nostra generazione. Alessandro Nesta.
Claudio Bartolini, medico sociale della Lazio dal 1989 al 1999
Nesta lo conosco da quando, con Di Vaio, è arrivato nelle giovanili e poi in prima squadra. Un ricordo su tutti è lo scontro in allenamento con Paul Gascoigne. Paul fece uno dei suoi interventi folli e si scontrò con Alessandro: l’inglese ebbe la peggio pur essendo colpa sua ma Alessandro ci rimase malissimo per parecchi giorni. Un altro ricordo è il gol vittoria in Coppa Italia del ’98 nella finale contro il Milan: fu una bella vittoria che poi ci mandò a Birmingham per la Coppa delle Coppe contro il Maiorca. Bei ricordi!
Stefano Fiori, La Repubblica
Eh, come glielo spiego Alessandro Nesta a chi è nato negli anni Duemila? Ma anche a quelli nati nel 1998 o nel 1999. Sì, insomma, a chi era troppo piccolo per custodire una memoria cosciente del capitano. Al massimo, un ricordo sfocato, una sagoma avvolta dalla luce mentre alza al cielo un trofeo altrettanto luminoso. In pratica, la stessa che abbiamo noi più vecchiotti eh: Nesta era il santo laico, il templare dalla chioma folta che difendeva e diffondeva l’essenza laziale in tutto il mondo. “Ma che ne sanno i Duemila”, direbbe un ritornello trito e ritrito sui social: mica è colpa vostra, anzi beati voi che ancora vi annoiate tra i banchi di scuola e ancora non sentite la pressione di quella parola desueta, arcaica, dinosauresca chiamata lavoro. Ma è giusto che anche voi possiate comprendere, anche solo per un istante, chi era e chi è Alessandro Nesta. Per chi ha vissuto la sua ascesa, la sua consacrazione e anche, purtroppo, il suo triste distacco dalla madrepatria. E che, proprio come voi, aspetta di riabbracciarlo una volta per tutte. Perché…
Nesta è l’eleganza stessa che indossa la maglia più elegante
Nesta è la chiusura in rovesciata nel primissimo Lazio-Chievo della storia
Nesta è la discesa alla Weah contro il Vitoria Guimarães
Nesta è l’amico che ti copre quando hai combinato un guaio a casa
Nesta è quello bello, che faceva diventare della Lazio anche le compagne di scuola che non seguivano il calcio
Nesta è quello bello, che ti metteva in crisi quando la tua fidanzatina dell’epoca ti chiedeva: “Tra lui e me, chi sceglieresti?”
Nesta è – per legge – il difensore più forte che abbia mai calcato un campo di calcio.
Nesta è “ok, ci sono anche Maldini, Baresi, Beckenbauer”. Ma un laziale lo mette al primo posto, sempre.
Nesta è la rappresentazione del laziale vincente.
Nesta è quello che ti permetteva di andare in giro con la fascetta tra i capelli, senza essere preso in giro dagli amici.
Nesta è quello per cui tifavi la Nazionale con il doppio, il triplo della passione.
Nesta è quello che ti ha fatto piangere, quando si fece male in Italia-Austria, seconda gara del girone di Francia 98.
Nesta è la Supercoppa Europea nel cielo di Montecarlo.
Nesta è Cinecittà, la fabbrica dei sogni.
Nesta è lo scudetto Primavera del 1995 e l’Olimpico popolato come in Serie A.
Nesta è la spaccata del 3-1 al Milan, il momento in cui tutti abbiamo pensato “Adesso viene il bello!”
Nesta è il nome che chiedevi di stampare sulla tua maglia.
Nesta è il 13, tondo come un 10.
Nesta è il senso di vuoto, il giorno in cui salutò a San Siro – imbambolato anche lui – i suoi nuovi tifosi.
Nesta è la rabbia degli innamorati, i fischi quando tornò per la prima volta a Roma.
Nesta è l’abbraccio sotto la Nord a “Di Padre in Figlio”, la vecchia rabbia che lascia spazio all’affetto più profondo.
Nesta è un’occhiata ai risultati del Miami FC, quando volevi sincerarti che le cose gli andassero bene anche da provetto allenatore.
Nesta è il gioiello più bello di una generazione, da condividere a malincuore con chi ha avuto la fortuna di fargli vincere molte coppe ancora.
Nesta è quello che non avresti mai scambiato con quello lì. Quello che, proprio come lui, indossava una fascetta. Ma con molto meno stile.
Nesta è la gola che si stringe ancora oggi, quando vedi le sue foto in rossonero.
Nesta è “papà, papà, andiamo al cinema a vedere Paparazzi??? C’è pure Nesta!”
Nesta è il post su Instagram in cui ricorda il suo esordio con la Lazio. E giù lacrime.
Nesta è tutto questo e molto altro ancora.
Nesta è il supereroe che abbiamo sempre sognato.
Luca Capriotti
Io non posso spiegarvi Nesta perché vorrebbe dire spiegarvi qualcosa che non avete mai provato. Come faccio a spiegarvi l’attimo in cui ho deciso che quella donna sarebbe stata quella di una vita intera? Come faccio a spiegarvi se non lo avete provato, se non vi siete inginocchiati con un anello in mano? Come faccio a spiegarvi il dolore di una perdita immensa, un amore che viene dimenticato, stracciato, un amore che finisce, se non l’avete mai provato?
Nesta era là, quando io in Curva l’ho visto segnare contro il Milan. E se guardate la foto, subito dopo il gol, è un ragazzino, corre, si sta levando la maglia, le gambe tese verso la Nord, le gambe tese per venire ad esultare da me, da noi, come noi.
Nesta era là, quando ho avuto la mia prima cotta seria. Era per lui, ma anche per una della mia classe. Finita male, perché l’altro era più carino e sfrontato di me, che mi intimidivo e mi chiudevo nel silenzio (per combattere questo ho fatto il giornalista). Nesta era silenzio e riservatezza, ha un valore che si è perso, un innato pudore. Che lo rendeva così fantastico e vicino ed elegante: quando anticipava, amava le scivolate, la cosa più rischiosa, non era uno strappo al gioco avversario, ma un gentile accompagnare l’azione in un altro verso. Era un abbraccio al gioco del calcio, quando anticipava tutti, e usciva palla al piede. Ora ha 42 anni, io ne ho 30, e avevo i capelli cortissimi e lui lunghi e non sapeva cosa fosse l’America, e io neppure.
Io non posso spiegarvi Nesta perché non so spiegarvi quando se ne è andato cosa mi è successo. Tutti ci ricordiamo di quel momento, cosa facevamo, di che parlavamo. Tutte le cose finiscono dunque? Anche Nesta, il nostro capitano, Laziale nella Lazio? Tutto finisce? Una cosa ve la posso spiegare, perché questa io l’ho provata: non è vero, non finisce tutto. Tu non lo sai, ma Nesta, Sandro, Alessandro, il n. 13, non è mai finito del tutto per me. Un Capitano resta sempre un Capitano, un amore resta sempre un amore. E mi sono detto, guardandomi addosso come se mi volessi abbracciare da solo, guardando a quel gol, ai miei capelli corti, che è stato meglio lasciarsi, che non esserci mai incontrati. Perché non posso spiegarvi meglio di così chi è Alessandro Nesta. Tutto il resto, il Milan, l’America, per me non conta nulla. Io ho urlato, con lui, quando ha segnato in quella lontana finale di Coppa Italia, e ho capito che non è vero che tutto finisce, che certe cose rimangono per sempre. Come l’amore, per me Alessandro Nesta.

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