A soreta è un concetto universale: seppur di origini campane, viene utilizzato spesso utilizzato anche all’interno del GRA. A soreta, nell’immaginario comune, esprime un qualcosa che potremmo definire come “Questo non lo dici a me, ma se vuoi puoi dirlo a tua sorella”. E’ il rifiuto di un’affermazione altrui, è una condanna alle parole pesanti che qualcuno rivolge a una persona. A soreta altro non è che l’abbreviazione di Lo dici a soreta. Lo stesso concetto può essere espresso con Tu sorella e le sue diverse varianti: Tu madre e Tu Zia. Quest’ultimo può essere esteso fino a di ventare Tu zia, quella pelata cor cerchietto.
A soreta: quando utilizzarlo?
Questo cosa c’entra con la Lazio? Semplice: è consigliato il suo utilizzo in qualsivoglia dibattito con un romanista. Spesso le schermaglie degenerano fino ad arrivare agli insulti personali. Si parte con Eh, fa freddo a meno diciassette, si passa per il Coppanfaccia e poi ci si manda allegramente a quel paese. Quindi, visto che il concetto stesso di A soreta nasce come un’abbreviazione, e visto che nella maggior parte dei casi non vale la pena sprecare tempo nelle risposte, ecco che ci torna utile il nostro A soreta. Facciamo un esempio:
– Romanista: Lazia’, pure quest’anno sei arrivato sotto, eh? Ma se sa, noi semo l’unica squadra daa capitale, ce chiamamo Roma, voi siete burini.
– Laziale: Romanista, anche se siamo arrivati sotto, ti ricordo che in tempi non sospetti abbiamo vinto una finale di Coppa Italia contro di voi. Tra l’altro, anche se siete arrivati sopra, non avete comunque vinto niente. Altra cosa: noi siamo la prima squadra della Capitale, voi siete nati dopo.
Parole utilizzate per rispondere: quarantotto. Certo, ci rendiamo conto che argomentare è fondamentale in una discussione. Però, dall’altra parte, l’argomentazione è necessaria solo in discussioni di valore, non in frivoli sfottò. Il Laziale, quindi, consapevole della sua storia, della sua squadra, di quello che rappresenta, non deve prestarsi a questi battibecchi. Può semplicemente rispondere A soreta. Proviamo:
– Romanista: Oh, ecco un Laziale! A sbiadito! Ma do’ vai in giro? Mo stai a fa er grosso perché hai vinto du’ derby quest’anno, ma lo sapemo tutti che sei solo un burino venuto dai monti.
– Laziale: A soreta.
Che effetto fa? Non cambia tutto, secondo voi? E’ molto più semplice, lo si può dire anche camminando, a mezza bocca, senza fermarsi. E così continuare per la propria strada, con gli occhiali da sole e una nuova sfavillante giornata biancoceleste da affrontare.
A soreta è la risposta che avrebbe potuto dare Cataldi a Strootman dopo l’acqua schizzata addosso: avrebbe evitato la squalifica. Lulic, piuttosto che rilasciare dichiarazioni a caldo sulle attività di Rudiger a Stoccarda, avrebbe potuto tranquillamente chiudere tutta la polemica con un semplice A soreta.
Pensate anche alla storia: quanto sarebbe stato più semplice, invece di partire per una logorante campagna contro Troia, rispondere con la nostra semplice espressione?
– Agamennone: Menelao, gli achei hanno rapito tua moglie Elena! Io direi di andare in guerra contro di loro. Però prima volevo sentire il tuo parere: tu come risponderesti a questo affronto?
– Menelao: A soreta.
E puff, niente più guerra.
Per concludere, caro Laziale, fai così: quando senti uno sfottò, invece di scavare nel passato ed evocare vecchi ricordi, sprecando il tuo fiato, riassumi il tutto in queste due semplici parole.
A soreta.

