Il guaio è che col tempo ci si abitua a tutto. Ciò che ci sembrava impossibile diventa routine della quale sorridere con soddisfatto sarcasmo, ciò che ci sembrava meraviglioso diventa sempre più ordinario. Quanto sarebbe più facile poter fermare la realtà che viviamo nel momento più bello, quell’istante magico che ci toglie il fiato, e poterlo rivivere di nuovo con la stessa intensità? Immaginate di provare ogni volta che andate allo stadio l’emozione della prima volta. Salite in fretta quelle scale e… WOW! Il prato verde che vi assale, non avete mai visto niente di simile prima.
Ci siamo abituati a tutto, anche questo è diventato normale. Normale ma non banale. Non è mai banale andare allo stadio per sostenere la Lazio, nella gioia e nel dolore.
Ma in pratica perché un tifoso medio nel 2017 dovrebbe alzarsi dal divano, spegnere il televisore ultra-piatto full HD, immettersi nel traffico per raggiungere un impianto in cui è oggettivamente scomodo seguire bene la partita in alcuni settori?
1. Perché l’atmosfera dello stadio è unica
Unica e assolutamente non riproducibile. Un rito laico, un susseguirsi di semplici azioni che si trasformano in un insieme armonico: il tragitto, l’attesa, la carica nel riscaldamento, lo speaker che annuncia le formazioni, l’inno e le sciarpe tese, il trasporto emotivo, il vicino di seggiolino, l’esultanza, lo sconforto e la rabbia, le urla, gli insulti e gli abbracci. Un’altra vita, vissuta in 90 minuti.
XIX – X – MMXVII
NICE – LAZIO“Insieme a te camminerem non ti lasceremo mai sola, ovunque andrai sarem!”
CURVA NORD 12#nizzalazio pic.twitter.com/FIebw2Ipfz
— PESSIMA REPUTAZIONE (@CurvaNord_SSL) 19 ottobre 2017
Tutto questo senza necessariamente rinunciare al gusto estetico. Anche l’occhio attento del tifoso più analitico può avere la sua parte, traendo maggior vantaggio da una visione ampia del campo da gioco in cui apprezzare meglio i movimenti di squadra o il comportamento di un singolo giocatore. Allo stadio e solo allo stadio puoi toccare con mano la reale pericolosità di un’azione senza alcun filtro televisivo o narrativo. Se vogliamo, è quindi anche un modo per stemperare la tensione. Essere più consapevoli di ciò che sta accadendo in campo rende tutto più autentico.
2. Perché il senso di appartenenza è importante
E importante è ribadire chi siamo e perché noi siamo migliori degli altri. Andando allo stadio nutriamo anche il nostro naturale spirito d’identificazione, quello che gli inglesi chiamano Support Your Local Team. Non è poco condividere la stessa passione con migliaia di persone come te. Non sai nemmeno come si chiamano, ma in quel lasso di tempo sono come te.
“Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa…”
Si tratta di prendere la parte bella dell’appartenenza al gruppo, non quella che ci fa apparire come tutti gli altri ma quella che ci fa sentire parte di un qualcosa di più grande. Non è mera retorica, è la vittoria delle emozioni su tutto il resto.
3. Perché si rende un servizio alla causa
Sostenere ‘fisicamente’ la squadra significa dare il proprio contributo a un destino comune. Con la voce, con gli applausi, con la presenza emotiva. Una sorta di dovere morale, un compito da adempiere sempre e comunque, anche quando hai poca voglia. Mettici il senso civico del diciottenne che veniva chiamato al servizio di leva obbligatorio e il senso etico del nipote che assiste suo nonno, con la bella differenza che allo stadio ti diverti pure. Rinunciare a qualcosa come individui per avere una visione d’insieme: non è forse questo il vero senso di essere un popolo?
“E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?”
E se davvero vuoi aiutare la Lazio concretamente torna allo stadio con convinzione ed entusiasmo: contribuisci a fare dell’Olimpico un bunker, un posto difficile per la squadra ospite. Al di là di ogni nobile fine, fare il tifo è anche creare tutte le condizioni ambientali favorevoli per i tuoi e ostili per gli altri. Ben vengano dunque le pressioni agli arbitri e ai giocatori avversari, senza mai tracimare in comportamenti stupidi e autolesivi. Di sicuro così i nostri giocatori sentiranno la spinta giusta per dare sempre qualcosa in più.
4. Perché va sfruttata l’onda lunga del momento
Perché no? Cosa c’è di male? Il fatto che uno non vada allo stadio quando le cose vanno male non è il massimo in termini di logica del tifo, ma nulla toglie al fatto che quello stesso uno allo stadio ci può andare quando le cose vanno bene. Così facendo si opera per addizione, non di certo per sottrazione. E allora perché non approfittare di questo bel momento per tornare all’Olimpico dopo anni? Godersi questa Lazio da vicino, respirare finalmente aria positiva ora che tutto sta viaggiando sui binari della normalità, e le fazioni, le divisioni, le contestazioni sono ferme all’angolo in stand-by. Ci sono stati periodi recenti in cui andare all’Olimpico a vedere la Lazio significava prendere parte a un evento divisivo, a volte perfino triste. Che brutto era sentirsi a disagio a casa propria, non riuscire a godersi nemmeno i momenti felici.
Ma il peggio è alle spalle, adesso il vento della passione biancoceleste soffia di nuovo forte. Possiamo essere contenti di tornare a vivere 90′ di gioia e sofferenza, a lasciare sudore e ricordi sugli spalti, a tenere il cuore in gola e il collo allungato. Per vedere se la palla è uscita o meno, per capire da lontano chi sta andando a calciare quella punizione dal limite, per rivivere nella mente quella bella combinazione sulla fascia che tanto vorremmo rivedere al replay. Rivediamo tutto a casa stasera, ti dirai, questo non è il tempo dell’apatia. Questo è il tempo di marcare il territorio con orgoglio e serena determinazione. Questo è il tempo di urlare l’amore verso la maglia a modo tuo, l’unico che conta davvero. Questo è il tempo di vincere con te.
