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3 partite della Lazio che non dimenticheremo mai

Ci sono imprese che hanno segnato indelebilmente il percorso nella storia della S.S. Lazio. Momenti carichi di un valore che va oltre il risultato e tracima a volte nel misticismo. Partite memorabili, magari meno celebrate di altre, meno patinate, ma altrettanto significative.

Abbiamo deciso di salutare il nuovo inizio di campionato della nostra amata Lazio, rivivendo le emozioni di tre incontri del passato che ci dicono tanto sul nostro stile e sulla nostra identità.

1) Lazio 4 – 2 Verona, 14/4/1974: Quei bravi ragazzi, matti e pericolosi

Non tutti hanno avuto la fortuna di vedere in azione la Lazio del ‘74. Non ho usato il termine “azione” a caso. Quella era un’avanguardia futuristica uscita dalla penna di Marinetti, più che una squadra di calcio. Gli aneddoti, i racconti, le piccole leggende si sprecano. A volte mi chiedo se parlare così tanto della dimensione eroico-romanzesca di quella Lazio irripetibile non vada ad oscurare troppo la sua dimensione tecnica. Che era grossa e segnante, se è vero che in Italia qualcuno a quei tempi scomodava i profeti olandesi per rendere l’idea.

Non tutti hanno avuto questa fortuna, dicevo. Ma più o meno tutti abbiamo avuto modo di conoscerla. Ce la siamo fatta raccontare da chi c’era, sugli spalti scoperti dell’Olimpico la domenica o dietro la recinzione di Tor di Quinto il giovedì. L’abbiamo letta su pagine e pagine di memorialistica pallonara. L’abbiamo ascoltata perfino in alcune canzoni. L’abbiamo immaginata perfetta per un film, che qualcuno dovrebbe realizzare prima o poi.

Il 14 aprile del 1974 il campionato di Serie A vede al vertice della classifica la Lazio di Maestrelli, brillante protagonista anche della stagione precedente e in vetta praticamente da un girone intero (Verona 0-1 Lazio). Al secondo posto la Juventus campione in carica, già battuta nello scontro diretto di due mesi prima e quel giorno impegnata in casa contro il Cagliari. Altre protagoniste di quel torneo, ma più staccate nella corsa tricolore, sono Napoli, Inter e Torino.

Lazio-Verona ha tutti i crismi della partita trappola. I biancocelesti sono lanciatissimi verso la conquista del loro primo Scudetto, vengono da 3 risultati utili consecutivi (2 vinte, tra cui il derby, e il pirotecnico 3-3 di Napoli) e giocano con il sostegno del numerosissimo pubblico di casa. Dall’altra parte gli scaligeri viaggiano con la classica tranquillità di metà classifica e sembrano non doversi aspettare più nulla di importante dal campionato (in realtà a fine torneo il Verona verrà retrocesso in Serie B a causa dello “Scandalo della telefonata”, una torbida vicenda di tentata corruzione e telefonate poco ortodosse).

I favori del pronostico sembrano subito rispettati quando, dopo pochi minuti dal calcio d’inizio, la Lazio passa in vantaggio grazie a un’autorete propiziata da un cross in area di Frustalupi. Gli 11 di Maestrelli non si accontentano e continuano a spingere per gran parte della prima frazione, cercando ostinatamente un raddoppio che viene evitato solo dalle parate del portiere avversario Giacomi. Invece del raddoppio, però, al 26esimo arriva il pareggio veronese firmato Zigoni.

Il gol mette in apprensione la Lazio, che infatti allo scadere del primo tempo si fa gol da sola. È Giancarlo Oddi a regalare il vantaggio inaspettato agli ospiti, con un tocco di piatto beffardo che voleva essere un comodo appoggio per Pulici e che invece si insacca in rete.

Fine primo tempo, la Lazio è sotto 2 a 1.

I giocatori fanno per rientrare negli spogliatoi, per recuperare energie fisiche e mentali e – probabilmente – anche per sfogare la rabbia. Wilson e compagni però non possono, perché trovano la porta sbarrata da Maestrelli. Il tecnico toscano conosce bene i suoi ragazzi, sa come prenderli e sa come trasformare la loro inquietudine in carica positiva. Sa che probabilmente le quattro mura dello spogliatoio dello Stadio Olimpico avrebbero fatto fatica a contenere un gruppo di matti con la pressione alta e la bava alla bocca.

E allora dietrofront! Il colpo di scena teatrale.

La squadra rientra subito sul terreno di gioco, rinuncia di fatto al canonico intervallo. Pulici, Wilson, Oddi, Martini, Petrelli, Frustalupi, Re Cecconi, Nanni, Garlaschelli, D’Amico, Chinaglia. Più 36 mila laziali. Tutti già schierati, tutti pronti a riprendere la battaglia. Vi aspettiamo qui.

Il secondo tempo va come è inevitabile che vada. Il pareggio arriva subito con Garlaschelli, lesto a ribadire in rete un’infelice uscita di Giacomi. Alla furiosa ondata biancoceleste mette ulteriore sale la notizia del vantaggio del Cagliari sulla Juve (finirà 1 a 1). È una questione di tempo a questo punto, gli attacchi della Lazio sono continui e famelici. È Nanni, con una splendida spaccata al volo, a completare la rimonta. Chinaglia, dopo un fantastico assolo del giovanissimo D’Amico che parte dal cerchio di centrocampo e salta mezzo Verona come se fosse al campetto sotto casa, mette la sua immancabile firma e fissa il risultato finale.

La Lazio ha vinto 4-2. La Lazio ha vinto una partita decisiva per lo Scudetto durante l’intervallo. Come in un romanzo di Nick Hornby, solo che ancora meglio.


2) Roma 2 – 2 Lazio, 26/2/1984: Davide contro Golia

Gli anni ’80 sono stati forse i più duri da digerire per i nostri colori. Tra scandali, retrocessioni e lotte per non retrocedere non ce la siamo passata affatto bene. In più dall’altra parte c’era la Roma più forte di sempre, capace nella prima metà del decennio di raggiungere il vertice del calcio italiano ed europeo (vabbè, europeo quasi…).

Eppure la Lazio di quel decennio ha potuto contare, tra gli altri, su giocatori del calibro di Vincenzo D’Amico, Lionello Manfredonia, Bruno Giordano, Michael Laudrup, Batista. Nonostante questi, però, le soddisfazioni sono state davvero rare, anche se vissute con un’intensità e un pathos di livelli altissimi (vedi Lazio del -9).

E una piccola, grande soddisfazione arriva il pomeriggio del 26 febbraio 1984. Del tutto inaspettata. In un derby che alla vigilia non ha proprio storia.

Da una parte la Roma campione d’Italia: gioca “in casa”, può schierare tutti i suoi uomini migliori, è in piena corsa per il titolo.

Dall’altra la Lazio di mister Carosi (subentrato a Lorenzo a stagione in corso): deve fare a meno della sua stella Giordano, vive una situazione di classifica molto difficile, l’ambiente non è del tutto unito.

La partita che non ci dovrebbe essere, in realtà, conosce una prima parte sconvolgente. Dopo 9 minuti di gioco D’Amico prima si procura un calcio di punizione dai 25 metri in posizione defilata ideale per un mancino. E poi lo trasforma pure, con un collo esterno destro che si insacca alle spalle del portiere giallorosso grazie anche alla deviazione della barriera.

Gol, la Nord viene giù. Il numero 2 della Lazio, Mauro Della Martira, raccoglie il pallone con le mani, gli stampa un bacio sopra e lo calcia verso la Curva Sud. Ne nasce un piccolo parapiglia, tutto sotto controllo.

Dopo qualche minuto è Podavini sulla fascia destra a creare scompiglio tra i difensori della Roma. Uno di loro, Nela, commette un’ingenuità in area. Calcio di rigore. Sul dischetto va D’Amico. Gol. Roma 0, Lazio 2. Ma come è possibile?

Troppo bello per essere vero. E infatti la reazione dei cugini non si fa attendere. Di Bartolomei dal dischetto accorcia le distanze prima dell’intervallo. Poi, dopo che la Lazio è rimasta in 10 per l’espulsione di Manfredonia, la Roma continua a premere sull’acceleratore. Fino a che Piscedda scivola in fase di impostazione e regala agli avversari un’occasione troppo ghiotta per essere sciupata. Segna Cerezo, manca ancora tanto alla fine. E ora siamo in inferiorità numerica.

È a questo punto che subentra lo spirito impavido del laziale, quello che non conosce tempo e non conosce valori tecnici. La Lazio resiste agli attacchi di una Roma nettamente superiore, e porta a casa un punto pesantissimo.

Sarà anche quella mancata vittoria a costare il secondo titolo consecutivo ai giallorossi, che chiuderanno il campionato a sole due lunghezze dalla Juventus. E per quanto ci riguarda, sarà anche quel punto strappato ai cugini a regalarci la salvezza a fine torneo (ai danni del Genoa per una migliore classifica avulsa).

Assoluto protagonista del match Vicenzino D’Amico, mattatore dei romanisti in un primo tempo sontuoso per tecnica e personalità. D’Amico è uno che alla Lazio ha forse dato più di quello che ha ricevuto indietro. Per talento, carisma e fedeltà merita di stare nel pantheon dei grandissimi della nostra storia. Paga anche il fatto che il suo prime sia coinciso con la fase storica più decadente della squadra.

Nota a margine: la sua doppietta di quel febbraio di 36 anni fa è rimasta a lungo l’unica doppietta segnata da un giocatore laziale in un derby. Sarà Keita Balde ad eguagliarlo, soltanto nell’aprile del 2017 (Roma 1-3 Lazio).

3) Juventus 1 – 2 Lazio, 15/12/2002: Un Fiore nella nebbia

Quando Roberto Mancini vestiva la maglia della Lazio era ormai un giocatore sul viale del tramonto. Eppure seppe mostrare in tre anni lampi di gran classe e guidare in campo i suoi compagni con il piglio del leader. Diciamo che, fatte le debite contestualizzazioni, Mancini è stato sul finire del secolo scorso quello che poi sarebbe stato Miroslav Klose qualche anno fa.

Quando Roberto Mancini sedeva sulla panchina della Lazio era ancora un allenatore alle primissime armi. Eppure seppe mostrare in due stagioni di essere già all’altezza di un compito così gravoso, perché si dimostrò capace di guidare i suoi ragazzi verso risultati per nulla scontati (e in termini di prestazioni e in termini di risultati).

La prima Lazio di Mancini è una Lazio già troppo povera per ambire al vertice, ma ancora troppo grande per passare inosservata. E infatti gioca una grande stagione. Arriva quarta in campionato, dopo aver sostato per qualche settimana anche al primo posto. E viene fermata in Coppa Uefa sul più bello, sull’uscio della finale, da un Porto guidato da quello che era forse l’unico allenatore più rampante del Mancio (leggi José Mourinho).

Quando la banda Mancini si presenta al cospetto della Juventus campione in carica la notte del 15 dicembre 2002 non ha nessuna intenzione di cedere il passo, anzi. È una creatura spavalda, frizzante e moderna quella allenata dall’attuale CT della Nazionale. Viene da una serie incredibile di vittorie in trasferta consecutive (6), ha giocatori che stanno rendendo al massimo nel 4-4-2 (Stankovic, Fiore, Cesar, Lopez e Corradi giocano tutti la loro miglior stagione all’ombra del Colosseo), e sa come si balla. Eccome se lo sa.

La Juve di Lippi schiera tra gli altri i due grandi ex, Marcelo Salas e Pavel Nedved (quest’ultimo già decisamente col dente avvelenato). È una squadra forte quella che rivincerà il campionato alla fine della stagione e arriverà anche in finale di Champions League nel derby italiano con il Milan.

La Lazio è quasi al completo, se non fosse per l’assenza di Mihajlovic sostituito degnamente da Paolo Negro al centro della difesa. In mezzo al campo accanto a Dejan Stankovic c’è Diego Pablo Simeone, che torna sul luogo del delitto due anni dopo quella volta lì.

Pronti via e la partita comincia a spron battuto, con le due squadre che si fronteggiano a viso aperto e creano occasioni in serie. È Nedved a concretizzare per primo, quando al 33esimo viene servito in un corridoio libero dall’assist di Del Piero e buca in diagonale Peruzzi.

Neanche il tempo di esultare però che Stefano Fiore ristabilisce immediatamente la parità, con un bel tiro a incrociare dal limite dell’area di rigore su cui Buffon si allunga ma non può arrivare.

Capannello celeste alla bandierina, fermi tutti, che si fa? Asereje, ancora! E giustamente Simeone manda affanculo tutti. Prima dell’intervallo c’è ancora spazio per due occasioni nitide, una per parte. Il match è bellissimo.

Il secondo tempo si apre con due novità impreviste. Nedved non rientra in campo per un problema fisico (evidentemente i sinceri auguri dei laziali dopo il suo gol hanno giovato). E poi c’è una nebbia terribile, che sembra quasi di stare al campetto di tennis con Filini e Fantozzi.

Da lì in poi non si vede praticamente niente dalla televisione, e ci dobbiamo tutti affidare alla telecronaca già di per sé ansiogena di Caressa.

Ci vede però benissimo Fiore a quanto pare, perché dopo nemmeno 5 minuti dalla ripresa concede il bis di lusso. Mezzo esterno di prima intenzione, sempre dai 16 metri, che dà alla palla una traiettoria arcuata a rientrare. Un capolavoro che si può apprezzare solamente dal replay stretto.

Il resto della partita è soprattutto nebbia, tachicardia e assalti della Juventus. Che sbatte però contro il muro, eretto da Peruzzi, Stam&Co. Triplice fischio. La Lazio ha espugnato il Delle Alpi e la banda Mancini ha suonato la settima sinfonia lontano da casa.

Quella partita rappresenta il manifesto più vivido di quella bellissima Lazio, composta da grandi giocatori capaci di muoversi in armonia. Stefano Fiore inaugurò quella sera la sua personale crociata contro i bianconeri, e comunque va detto che in generale Stefano Fiore era davvero un giocatore delizioso.

La fitta nebbia torinese, il contrasto col fantastico celeste acceso delle nostre maglie, i tifosi in delirio nel settore ospiti. Tutto ha concorso a rendere speciale quella notte e indimenticabile anche questa vittoria.

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