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14 maggio 2000. La mia Lazio.

Della mia vita, a parte episodi legati alla famiglia o “all’amore”, ricordo davvero bene 5 giorni: quando è morto Senna, quando ho visto Bali la prima volta, quando hanno abbattuto le Torri Gemelle, quando ho messo l’ultimo disco all’AlterEgo e il 14 maggio 2000.


Il 14 maggio 2000 la mia Lazio gioca e vince facile in casa con la Reggina, ma io sono allo stadio a vedere l’Hellas con i miei amici, che tanto alla Juve basta vincere con un Perugia già salvo e lo scudetto è bianconero. E dopo il furto della domenica prima non voglio illudermi e ferirmi di nuovo. Sì: alla fine la partita più importante della mia vita io neppure l’ho vista.

E non mi illudo più di tanto, anche se mio papà mi scrive per i gol, anche quando leggo sul tabellone del Bentegodi che a fine primo tempo la Juve pareggia e forse – dai Giulio -, forse spareggio…


C’è una bellissima canzone di Battisti
nel periodo con Panella che molti sottovalutano, e non ho mai capito perché, che dice:

“Dopo di noi non spioverà, dopo di noi il diluvio. Dopo di noi il bello verrà, finché terrà l’ombrello”.

E a Perugia diluvia, per davvero, ma Collina dopo una pausa enorme forse fa giocare lo stesso. Mio papà mi scrive che riprendono il secondo tempo. Io rispondo che non voglio soffrire troppo, e resto fuori a bere un’altra birra.

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Poi mi chiama e grida: “Giulio ha segnato il Perugia!”. E mi sembra di avere 8 anni mentre corro in bici in cortile e lui dal balcone mi urla “Rossi Rossi Rossi” – Italia-Brasile 3-2 -.

“Giulio ha segnato il Perugia!”. Io ero in Piazza Isolo, al semaforo, stavo già tornando a casa. Che soffrire con lui era soffrire meno. E poi alle 18 e 04 minuti la mia Lazio ha vinto lo scudetto, e io ho abbracciato forte mio papà, pianto come un bambino e sono uscito di nuovo. Sono andato al Parco delle Colombare a salutare una mia amica che sapeva di granita al limone, io di birra Moretti. Ed era così dolce mixarli. Ho guardato tutti i programmi tv possibili, scritto mille messaggi, girato per la città così felice che chi mi guardava magari avrà pensato: ma perché ride sto coglione?

Mi ricordo tutto: come ero vestito, le facce dei miei fratelli e mia mamma in cucina che scuoteva la testa per sto calcio, il polline per le strade di Verona, l’odore del pranzo, tutto cazzo, tutto. Perché sapevo che non mi sarebbe successo più. L’ho vissuto istante dopo istante, attento a non farmelo sfuggire dalle mani, tipo l’ultima pallina quando giochi a flipper. E quindi sì. La partita più importante della mia vita non l’ho vista, me l’ha raccontata mio papà.

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Ed è infinitamente più bello così.

Articolo a cura di Giulio Lenotti

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