Il black out della Lazio a Genova ha spiazzato tutti, tifosi in primis, ma anche la società e lo stesso Inzaghi. La sconfitta è di quelle clamorose, per il risultato ed il (non) gioco che si è visto in campo; se poi arriva contro un romanista come Ranieri e gli ex al veleno Candreva e Keita, da tifosi ci rode ancor di più. Insomma, non esattamente il modo giusto per presentarsi all’esordio in Champions contro il Borussia Dortmund.
Una delle mosse che più ha fatto discutere e attirato critiche sulle scelte di mister Inzaghi è quella di presentarsi con il solito 3-5-2 ma con un solo esterno di ruolo schierato a sinistra, er poro Djavan Anderson, e come esterno destro…Marco Parolo. Come? Parolo esterno a destra?!? Sì, avete capito bene. La mossa della disperazione di Inzaghi è stata quella di mettere il buon Marcolino, 35 primavere ed una condizione fisica ben lontana da quella degli anni migliori, a fare il fluidificante a tutta fascia. Ruolo che in serie A vede interpreti come Cuadrado, Chiesa, Hakimi, Theo Hernandez, Gosens o Hateboer, insomma tutta gente che corre poco. Il risultato è stato una sofferenza continua sulla destra, dove la Sampdoria ha affondato spesso e volentieri trovando anche il gol del vantaggio. Parolo, ammonito ed in palese difficoltà, è stato sostituito al 45esimo, prendendosi parecchie insufficienze in pagella ed un bel pacco di critiche.
E’ vecchio, non si regge in piedi, Augello (chi?!?) lo ha sverniciato, toglietelo ve prego.
In questo inizio di campionato Parolo te lo trovi un po’ dappertutto: mediano, centrale di difesa, esterno di centrocampo, nelle interviste, protagonista dei meme di Laziocrazia. L’emergenza continua che caratterizza il nostro organico, iniziata alla ripresa del campionato post-Covid a luglio e che ancora non si è arrestata, ha portato Inzaghi ad utilizzare Marco Parolo come vero e proprio jolly per coprire le assenze e i “buchi” di formazione (cosa che il mercato, al momento, non è riuscito a fare). Il mister si fida innanzitutto dell’uomo prima che del calciatore, delle sue capacità di concentrazione e di applicazione, e del suo enorme spirito di sacrificio. Come ricordato, Parolo è un classe ‘85, a gennaio compirà 36 anni; è il calciatore più anziano dello spogliatoio dopo Reina. Conta più di 30 presenze in Nazionale, con un mondiale ed un europeo giocati da protagonista: uno insomma, che ha poco da dimostrare. E’ uno dei leader di questa Lazio, che spesso nei momenti difficili ci ha messo la faccia.
Non è affatto scontato che un calciatore con un certo spessore e di questa esperienza si metta a completa disposizione della squadra, interpretando ruoli che in 20 anni di carriera non ha mai ricoperto e che quindi non gli appartengono, con l’ovvio rischio di incappare in prestazioni negative. Ed è significativo che a farlo non sia un ventenne che ha bisogno di mettersi in mostra ed entrare nelle grazie del mister, ma un “ragazzo” di quasi 36 anni. Parolo è un calciatore intelligente ed è consapevole delle difficoltà di Inzaghi nel mettere in campo una squadra equilibrata con così tanti infortunati; è disposto a dare il suo contributo quando chiamato in causa, pur sapendo che potrebbe incappare in brutte figure trovandosi in ruoli improvvisati ad affrontare calciatori più veloci, più giovani, più freschi. E lo fa per il bene della squadra. Lo spirito di sacrificio e l’umiltà (dell’uomo e del calciatore) Parolo, uno che anni fa segnava 10 gol giocando da mediano ed oggi fa anche il difensore centrale, non sono qualità scontate e dovrebbero essere d’esempio per calciatori con più talento ma che appaiono a volte svogliati e poco concentrati.
Ecco perché, per l’esordio in Champions, vogliamo 11 Marco Parolo.
Articolo a cura di Marco Delle Chiaie
