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The day after Inzaghi: 5 nomi per un nuovo ciclo

Quando il 3 aprile 2016 Simone Inzaghi ha preso posto sulla panchina lasciata vuota da Stefano Pioli, in pochi onestamente hanno creduto che potesse starci seduto a lungo. L’orizzonte temporale era limitato alla fine di quel campionato, e poi in estate grazie arrivederci e ognuno per la sua strada. In effetti, l’estate 2016 è stata segnata dalla telenovela Bielsa, con il nostro Simone spettatore interessato e sullo sfondo la Salernitana come convitato di pietra. E invece sappiamo tutti poi come è andata a finire quella storia: non potremo mai sapere cosa ci siamo persi, sappiamo bene quanto ci abbiamo guadagnato.

Non credo ci siano laziali poco riconoscenti nei confronti di Simone Inzaghi, o almeno non ce ne sono tra quelli che sanno essere un minimo razionali. Sono sicuro che nessuno possa avere rimpianti guardando a quello che è stato fatto in questi 3 anni. Penso anche, però, che Inzaghi oggi possa essere messo in discussione. Per una serie di motivi, dall’aspetto tecnico a quello ambientale passando per i rapporti interni, racchiudibili tutti e semplicisticamente nel concetto di ciclo concluso. Al netto di discorsi contrattuali, al netto anche di ciò che accadrà il 15 maggio.

La Lazio può migliorare senza Simone Inzaghi al timone? Non abbiamo prove per dimostrarlo. La Lazio può ragionevolmente sperare di aprire un nuovo ciclo a partire dal prossimo anno con un nuovo allenatore? Sì. Allora cerchiamo di scoprire perché e soprattutto con chi.

Avviso ai naviganti: no, non contiene Diego Pablo Simeone.

Gian Piero Gasperini

È probabilmente il miglior allenatore della Serie A 2018/19. L’Atalanta non è la sua squadra, è la sua creatura. Al gioco bello e moderno degli ultimi anni, in questa stagione ha aggiunto i risultati: 4° posto in campionato e storica finale di Coppa Italia. Per questo di Gasperini si parla tanto in ottica mercato, con la Roma che sembra averci fatto più di un pensierino.

Perché sì.
Affidare le chiavi di un nuovo progetto tecnico-tattico a Gasperini significherebbe immergersi in un’altra dimensione, quella fatta da intensità, marcature a tutto campo e trame velocissime. Un’impronta riconoscibile e intrigante per una svolta di mentalità non di poco conto. Un allenatore come Gasperini porterebbe in dote nuovi metodi di lavoro (fondamentale l’aspetto atletico), una diversa proposta di gioco e una bella ventata fresca di giovani da modellare. Da non sottovalutare anche l’aspetto psicologico legato alla sua voglia di riscatto in una grande piazza, dopo il fallimento della sua breve esperienza all’Inter post triplete.

Perché no.
Le sue squadre hanno solitamente bisogno di un periodo di rodaggio che può anche essere lungo e questo potrebbe essere mal visto in un ambiente poco paziente come quello romano. Inoltre, proprio la precedente esperienza a Milano lascia aperto un margine di dubbio: e se Gasperini non fosse l’allenatore giusto per reggere le pressioni della grande piazza, alla guida di un club con ambizioni (almeno teoricamente) maggiori rispetto all’Atalanta?

Marco Giampaolo

Forse uno dei tecnici meno sponsorizzati del panorama italiano. Si dice che prima di Conte fosse lui il nome caldo per la panchina della Juventus nel 2011, poi qualche giro a vuoto e ora il buon periodo alla Samp. Samp dalla quale sembra destinato a separarsi alla fine di questa stagione per crescere finalmente di livello e magari prendersi qualche rivincita personale su chi non ha mai creduto veramente in lui.

Perché sì.
Giampaolo è sinonimo di identità tattica ben definita. Il suo 4-3-1-2 è ormai un marchio di fabbrica, un modulo forse un po’ demodé, ma piacevole ed efficace se interpretato dagli uomini giusti. Alla Lazio, poi, un rombo di centrocampo con il vertice alto a muoversi da trequartista non si vede dai tempi di Delio Rossi e Stefano Mauri falso dieci. Con Leiva in regia e Luis Alberto davanti a lui i presupposti per un progetto tattico del genere sembrano esserci già tutti. Di sicuro la Lazio con Giampaolo cambierebbe il modo di giocare, adottando sin da subito un approccio votato al possesso ragionato e alla valorizzazione (quasi esclusiva) della zona centrale di campo.

Perché no.
Il dubbio maggiore è quello legato al carattere del tecnico di origini svizzere. Saprebbe reggere l’urto della Capitale e le critiche che inevitabilmente gli pioverebbero addosso nei momenti di difficoltà? E poi, il suo abito tattico preferito non potrebbe trasformarsi alla lunga in una gabbia dalla quale si farebbe fatica a uscire?

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Ogni volta che è stato lì, pronto per il salto di qualità, un po’ per colpa di chi avrebbe dovuto credere realmente in lui, un po’ per colpa sua, non se n’è fatto mai niente. «Forse se fossi stato io più furbo e opportunista, sarei andato avanti… Ma non ce la faccio proprio a essere quello che non sono. In un rapporto di lavoro preferisco la schiettezza…». Ma forse poi non saresti arrivato dove sei adesso. Un piacere vedere giocare la sua Samp e di come affronta le partite: idee, personalità, qualità, organizzazione… E divertimento. “Quando i ragazzi giocano per divertire divertendosi, giocano sempre meglio…” Perché Marco Giampaolo da sempre crede in tutto questo, crede in questo calcio. E forse è ora che anche un uomo di calcio come lui abbia la sua grande opportunità… Te la meriteresti tutta mister. . . Segui anche @romanzocalcisticostories . . #romanzocalcistico #giampaolo #sampdoria #juventus #samp #calcio #football #seriea

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Roberto De Zerbi

A 39 anni De Zerbi è l’allenatore più giovane della Serie A, nonché uno dei prospetti più interessanti. Viene da una gavetta regolare e certificata: Foggia in Lega Pro, Palermo in Serie B, Benevento e ora Sassuolo nella massima serie. Tratti in comune: gioco spumeggiante e proposta offensiva moderna.

Perché sì.
I motivi che potrebbero giustificare un matrimonio tra la Lazio e Roberto De Zerbi sono essenzialmente tre. In primis, per i principi di gioco di cui il tecnico del Sassuolo si fa convinto portatore, che sono fondamentalmente quelli del gioco di posizione di guardiolana ispirazione. E quindi possesso palla fin dalle prime fasi della costruzione bassa, ricerca continua degli half-spaces e creazione di spazi alle spalle delle linee avversarie per far progredire pericolosamente l’azione. Secondo: come detto prima, De Zerbi ha fatto la gavetta che doveva fare, lasciando la sua impronta ovunque. La prossima tappa del suo percorso non può che portarlo in un club medio-alto. Terzo e ultimo motivo: perché porterebbe con sé giovani calciatori sui quali costruire quasi da zero il suo progetto tattico, magari anche a costi contenuti per la casse societarie.

Perché no.
La giovane età e la poca esperienza in A potrebbero rivelarsi un fattore negativo se i risultati non dovessero arrivare subito. Abbiamo la pazienza giusta e il grado di maturità sufficiente per aspettare uno come lui?

Sinisa Mihajlovic

Si parla ciclicamente di Mihajlovic come papabile allenatore della Lazio praticamente da quando ha smesso di giocare. Forse perché uno come lui ha la Lazio nel suo destino e perché in fondo il legame con il nostro ambiente non si è mai davvero sciolto. Al di là di questo, c’è anche da dire che Sinisa viene da una seconda parte di campionato al Bologna di grandissimo livello, con una squadra presa sull’orlo del baratro e portata a una salvezza quasi tranquilla in pochi mesi.

Perché sì.
Perché conosce benissimo l’ambiente e saprebbe come comportarsi con tifosi, stampa e società. Poi perché il suo forte carattere è una garanzia e aiuterebbe a ridare vigore anche a quei giocatori apparsi un po’ appannati in questa stagione.

Perché no.
Quello di Mihajlovic, a differenza dei nomi citati finora, è un gioco abbastanza reattivo. Forse non a caso il serbo ha fatto molto bene in squadre da salvare (vedi Catania e Bologna) e relativamente male in club di livello più alto (vedi Fiorentina e soprattutto Milan). Insomma, non sembra proprio il nome più adatto per avviare un processo di cambiamento radicale.

Leonardo Semplici

Ha recentemente festeggiato la seconda salvezza consecutiva con la sua Spal, dopo averla trascinata in Serie A dopo tantissimi anni di attesa. Non si può forse nemmeno definire più una sorpresa Semplici, piuttosto una realtà del nostro calcio e volto pulito della sana provincia italiana.

Perché sì.
Semplici alla Lazio troverebbe terreno ideale per impiantare i semi del suo modulo preferito: il 3-5-2, tanto caro anche a Inzaghi. Magari portando con sé quel Lazzari che tanto bene ha fatto alla Spal in questi anni, poi, il processo di adattamento potrebbe rivelarsi ancora più agevole. Altro fattore positivo: Semplici verrebbe a Roma a giocarsi l’occasione della vita, di sicuro non gli mancherebbe l’entusiasmo. E si sa, soprattutto all’inizio, l’entusiasmo è contagioso.

Perché no.
Perché quella alla Spal è l’unica esperienza rilevante nel suo scarno curriculum (e Ferrara non è esattamente Roma). Perché probabilmente non avrebbe il polso necessario per imporre le sue scelte a Tare e Lotito, il che lo potrebbe portare ad accontentarsi di seconde scelte in sede di mercato. Perché forse, in fin dei conti, questo 3-5-2 ha anche un po’ fatto il suo tempo qui alla Lazio.

I nomi fatti sono il frutto di una pura proiezione mentale del sottoscritto. Non corrispondono né a sogni personali né a indiscrezioni di mercato a disposizione della redazione. Sono semplicemente delle ipotesi, più o meno realistiche, di eventuali successori di Simone Inzaghi sulla panchina della Lazio.

E voi, avete un vostro preferito?

Articolo a cura di Nicola Cicchelli

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