Sono stati trenta minuti surreali. Non ho memoria di nessuna immagine del campo, nessuna azione, nessun colore. Anzi sì, il bianco e il nero me li ricordo, sempre che possano essere considerati dei colori. Un tempo la televisione si guardava in bianco e nero, poi dicono sia arrivata quella a colori, quindi questa cosa mi ha sempre reso dubbioso. Comunque, ricordo il bianco e il nero del cronometro dell’Olimpico – lato Curva Sud – e ricordo di averlo fissato come in uno stato di trans, mentre pensavo che non ci credevo. Per me la Lazio in Champions League era una cosa grande.
Perchè se provo ad immaginarmi com’è veder giocare la Lazio in Champions, riesco solo a scorgere una nostalgica maglia blu, Meghni trequartista, Ballotta in porta e Rocchi-Pandev al Bernabeu. Che culo, eh? Quindi provate a capirmi, Lazio-Inter mi ha lasciato l’amaro in bocca di quello che al bar si fa rubare l’ultima brioches al cioccolato dalla persona davanti a lui in fila. E non credo di essere il solo.
Sul Laziocrazia Clan un nostro iscritto puramente casuale a tutt’oggi non ha superato quella partita.

E anche a me – fino a qualche tempo fa – pensare a Inter-Lazio faceva lo stesso effetto. Perchè al termine di quella mezz’ora astratta di secondo tempo che ho passato in Distinti Nord Est, un pugno allo stomaco mi ha riportato sulla terra. Quello che era strano, pensavo, è che dopo essere stato sospeso per trenta minuti nel presente, già potevo predire il futuro (come ogni laziale che di queste storie ne potrebbe raccontare a centinaia). A quel punto, un tifoso di una qualsiasi altra squadra al mondo avrebbe considerato l’ipotesi di riuscire a mantenere il pareggio: “dobbiamo resistere solo 10 minuti sul 2-2, si può fare”. Io invece avevo già visto l’espulsione di Lulic, il gol di Vecino e le mie serate sul divano a gufare l’Inter e un certo olandese nei mercoledì di Champions.
Quello che non ero riuscito a vedere è il dopo. Questo trascinarsi di scorie radioattive che a distanza di quasi un anno ci intossicano i pensieri e annebbiano la vista. Inter-Lazio di domenica è una partita importante, non decisiva. Tentare di normalizzarla è un errore, ma anche girare il dito nella piaga facendoci rivivere gli spettri di quel 2-3 non credo sia una mossa astuta. Chi, come me, crede nel quarto posto, deve saper distinguere i fantasmi del 20 maggio dalla realtà di questa stagione. Non è più l’ultima giornata, la qualificazione in Champions passa dal fare più punti degli altri in 11 partite. Quindi a Milano si gioca per vincere, ma questo weekend non è uguale a quello di dieci mesi fa. Non è vivere o morire, e le ragioni sono semplici:
- Se fosse la partita della vita, in caso di sconfitta passerebbe l’idea che è finita, caput, siamo morti. Quando mancano 10 turni al termine del campionato e un altro scontro diretto in terra milanese alle porte, il pericolo che la squadra collassi su se stessa è evidente. Vorrei anche ricordarvi che la classifica è corta pure dietro, e c’è un’Europa League da tutelare. Siamo davvero sicuri di voler fare all-in sulla Coppa Italia?
- In caso di vittoria il rischio è quello di pensare di avercela fatta. (Certo, è una visione piuttosto pessimista. Qualcuno avrebbe ragione ad obiettare che la squadra potrebbe cavalcare l’onda dell’entusiasmo, divorandosi chiunque passi sulla nostra strada. Ci sta, ma io sono quello che dopo il 2-1 di Anderson ha vissuto una mezz’ora di coma semi-cosciente in cui non credevo ai miei occhi. Poi sappiamo tutti com’è andata a finire). Appagamento e deconcentrazione rischierebbero di trasformare la trasferta di Ferrara in un Crotone bis, vanificando quanto di buono era stato fatto a Milano. Voi riuscireste a reggere un altro pallonetto disgraziato di Caicedo?
La mia è una visione ottimista, e che quindi per certi versi contraddice il modo di essere. Credo che la Champions non passi da Lazio contro Inter, non quest’anno. Siamo ancora a marzo, fuori fa caldo ma non come a maggio e io non sono da solo insieme al bianco e nero del cronometro a scandire gli ultimi 30 minuti con la Lazio al quarto posto. Quindi superiamo il dramma, forza, guardate bene qui sotto:
Però, forte sto Meghni. Sono sicuro che farà strada.



