Charles Darwin iniziò il suo viaggio intorno al mondo a bordo del brigantino Beagle il 27 dicembre 1831: fu durante questo viaggio che iniziò a formulare quella teoria che sconvolse il mondo scientifico di allora. La sua teoria dell’evoluzione nacque proprio da questo viaggio, e dall’osservazione di alcune specie di animali. Specie che erano simili, eppure diverse tra loro. Come se avessero avuto qualche tratto originario da cui poi si sono differenziate tutte. Questa teoria venne poi pubblicata per la prima volta il 24 novembre 1859, dopo una lunghissimi studi.
Studi che per forza di cose furono lunghissimi: James A. Naismith non era ancora nato, figuriamoci se poteva scrivere le prime regole della pallacanestro. Le biciclette erano appena state inventate, ed erano ben lontane dalla loro fisionomia futura. Così come il gioco del calcio, idealizzato un decennio prima, e con i primi club presenti solo da qualche anno. Quindi Charles Darwin, per i suoi studi sull’evoluzione, non poteva contare sull’osservazione di Sergej Milinkovic-Savic e dei suoi fratelli.
L’evoluzione dello sport
No, per una volta Vanja non c’entra. Almeno, per il momento pare di no. Perchè qua si parla di sportivi che rappresentano una vera e propria evoluzione del proprio ruolo nel proprio sport. Certamente, il piccolino di casa Milinkovic-Savic ha tutto il tempo per smentirci, e per rientrare in questa categoria. Categoria che al momento racchiude solamente Sergej Milinkovic-Savic, e quelli che sono i suoi fratelli di evoluzione. Fenomeni del calibro di Peter Sagan e Luka Dončić.
Tutti e tre sono giovani (classe 1990 Sagan, 1995 Milinkovic-Savic, addirittura 1999 Dončić), tutti e tre sono originari dell’Est Europa (Slovacchia, Serbia e Slovenia) e tutti e tre stanno tracciando la strada verso il futuro nei loro sport. In una maniera non troppo dissimile l’una dall’altra. Mostrando appunto che durante il tempo, non solo le specie si evolvono, ma lo fanno anche gli sportivi. Facendo evolvere anche i loro ruoli.
Sergej Milinkovic-Savic: la modernità
È sotto gli occhi di tutti. Talmente palese da sembrare quasi naturale, scontata, inevitabile. Una crescita così netta, praticamente esponenziale. L’evoluzione di Sergej Milinkovic-Savic in questa ultima stagione sembra quasi dire che non esistono limiti, per questo ragazzo. Non esiste un limite alla Milinkocrazia.
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Mai come quest’anno si è iniziato a dubitare di lui. Se sia davvero umano. Perchè quello che gli vediamo fare a volte non ha spiegazione, a volte è solo da considerare come un atto di fede. ‘Io ne ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi‘. Ho visto un colosso di 192 centimetri di altezza , già questo indice di un’evoluzione fisica continua, danzare sul pallone. Abbinare pura brutalità fisica a tecnica sontuosa. Essere due giocatori tradizionali in un unico giocatore moderno.

Perchè è questo che è Sergej Milinkovic-Savic: la modernità. Che si sta manifestando appieno dopo un primo periodo di ambientamento e rodaggio, quando Sergej stava iniziando a prendere le misure a quel ruolo a lui sconosciuto, ma che risulta adesso essere suo. Un nuovo tipo di mezzala: non più solo corsa e inserimenti (è comunque ai vertici tra i giocatori con più km percorsi, con una media di 11,085 a partita) ma tanta, tantissima qualità tecnica.
Una mezzala che usa indistintamente sia la superiorità fisica sia l’abilità palla al piede. Non si era quasi mai visto un calciatore così ben strutturato fisicamente, e così capace di coccolare la palla. Di suola, di tacco, di esterno: indifferente. Milinkovic-Savic ama la palla, e ne viene ricambiato. Diventando così praticamente impossibile da fermare.
Come fai a stoppare un bulldozer che ti nasconde la palla? Come fai a buttare giù qualcuno che si dimostra così superiore?
Peter Sagan: lo spettacolo
A.D. 2010. Gennaio. Si sta correndo in Australia il Tour Down Under, prima corsa WorldTour della stagione. Durante la seconda tappa, un giovanissimo corridore slovacco cade, procurandosi una brutta ferita al braccio sinistro. Viene medicato al termine di questa frazione con 30 punti di sutura. E ha in mente una sola cosa. E chiede una sola cosa: “Dottore, ma io domani start?” Partirà. Andrà in fuga. Arriverà quinto. Ciclismo, ti presento Peter Sagan.
Si ripeterà, rivelandosi completamente alla Parigi-Nizza dello stesso anno. E ancora di più alla corsa ciclistica più famosa e più importante: il Tour de France. Debutta nel 2012, ed è un fulmine a ciel sereno. Nelle prime tre tappe ce ne sono due con un profilo simile a una classica del Nord: sono tutte e due sue. Vincendo di pura potenza. E dando spettacolo in tutti i modi:
È la parola che meglio lo caratterizza: spettacolo. Quando Peter è in sella, lo spettacolo è garantito. In un’era caratterizzata dalla tecnologia, dal controllo, dalla voglia di non rischiare, Peter Sagan è esattamente l’opposto. Zero calcoli, si fa quello che si vuole. Persino rinunciare alla prova su strada alle Olimpiadi, per fare quella in mountain bike.

Eddy Merckx si sbilanciò dicendo ‘Mi rivedo in Peter Sagan‘. Il diretto interessato rispose ‘Io non voglio essere il secondo Eddy Merckx. Io voglio essere il primo Peter Sagan.’ Ed effettivamente Sagan è il primo di un nuovo (o vecchio, a seconda di come la si guardi) tipo di ciclisti. Il suo fisico è praticamente perfetto, il giusto mix tra potenza e agilità: un solo chilo in più, si pianta in salita; un chilo in meno, e addio volate. Fisico frutto anch’esso di un’evoluzione fisica, oltre che tattica. Perchè Peter Sagan prima nasce come corridore da classiche, per poi diventare in grado di vincere ovunque. In grado persino di vincere tre Mondiali (unico a riuscirci) consecutivi in tre maniere diverse: con un’azione in solitaria nel finale (Richmond 2015), sfruttando un ventaglio (Doha 2016) e con una volata ristretta (Bergen 2017). Il primo Peter Sagan si è manifestato.
Il palmares è praticamente unico: tre Mondiali, un Giro delle Fiandre, una Parigi-Roubaix, otto tappe e cinque maglie verdi del Tour de France. Per elencare solo le cose più importanti. Qualcosa di impressionante per una carriera da ciclista. Figuriamoci poi se è stato vinto a soli 28 anni, quando è appena entrato nella sua maturità sportiva. Il tempo del suo dominio sta arrivando.
Luka Doncic: la predestinazione
Debutti nel campionato spagnolo a 16 anni e 2 mesi. Il più giovane di sempre a farlo per il Real Madrid. E ti presenti in scioltezza con una robetta così:
Non tutti ti conoscevano quando dominavi a livello giovanile, con il fattore della differenza di età. A tuo sfavore. Ma tutti si accorgono di te anche quando inizi a giocare con i grandi, soprattutto quando sfoderi prestazioni da urlo anche in Eurolega. Succede tutto questo, quando ti chiami Luka Dončić. Quando infrangi record con una naturalezza impressionante.
Quello che più impressiona di Dončić è la sua apparente incapacità di soffrire il passaggio ad un livello superiore nel suo gioco. Come se fosse appunto predestinato a qualcosa di magnifico. Come se fosse una naturale evoluzione del basket e della sua storia. Luka Dončić nasce come guardia, quello che sarebbe il suo ruolo naturale, ma non si può limitare semplicemente solo così. Sia perchè nel basket moderno sono ormai rarissimi i giocatori che sanno occupare solo un ruolo (tipicamente i centri. Quelli grossi grossi, alla Caicedo, per intenderci), sia perchè Luka è effettivamente qualcosa in più.
Ha la sensibilità di passaggio e la fantasia tipica di un playmaker, inventandosi cose banali come questa:
Oltre ad un dinamismo ed una fluidità, abbinata ad un fisico che si fa sentire (202 cm per 103 kg), che non lo fa sfigurare nemmeno come esterno:
Tutto questo abbinato ad un’abilità di tiro praticamente infallibile, e alla sua caratteristica principale: una decision making talmente innata da non sembrare nemmeno esistere. Luka Dončić non deve decidere cosa fare. Luka Dončić SA cosa fare. Ed è fare quello che per i comuni mortali risulta ovvio e quasi scontato solamente dopo averlo visto. Non stai lì a pensare se conviene fare un palleggio-arresto-tiro da 3 o attaccare il pitturato. Non pensi, sai già qual è la scelta giusta.

Luka si è dichiarato eligible per il draft NBA, e c’è da scommetterci che sarà chiamato con un numero basso. Molto basso. D’altronde stiamo parlando di un neo 19enne che, insieme a Goran Dragic, ha trascinato la Slovenia alla conquista dell’oro europeo nel 2017. La vera sfida adesso per lui sarà continuare a portare il suo talento ad un livello sempre superiore: il carattere e la volontà di sicuro non gli mancano.
Paragoni di evoluzione
Il problema quando si parla di giovani sportivi è sempre quello: i paragoni. Spesso troppo pesanti. E sarà così anche per Milinkovic-Savic e i suoi fratelli. Di Peter Sagan si è già detto: Eddy Merckx in persona lo ha paragonato a se stesso. E se lo dice uno soprannominato Il Cannibale per la sua voglia di vincere, non è qualcosa di facile da sopportare. Ma non che gli altri due se la passano troppo bene.
Fin dall’inizio Sergej Milinkovic-Savic è stato paragonato a Paul Pogba: il primo calciatore a superare quota 100 milioni di euro richiesti per il suo trasferimento. Ma come Peter, anche Sergej sta facendo di tutto per dimostrare di non essere il nuovo Qualcun Altro, ma il primo Milinkovic-Savic. Mentre Luka Dončić non riesce a cavarsela così a buon mercato. C’è chi lo confronta a suoi simili spagnoli, come Sergio Rodriguez (che è stato il suo primo mentore al Real Madrid) o Ricky Rubio, chi invece vede in lui il suo connazionale Goran Dragic ma potenzialmente molto più forte, chi addirittura scomoda il paragone più pesante per un giocatore di basket della ex Jugoslavia: quel Drazen Petrovic che è stato semplicemente il più forte cestista europeo di tutti i tempi.
Se potesse ritornare oggi, siamo sicuri che Charles Darwin riguarderebbe alcuni dettagli della sua teoria dell’evoluzione. Presterebbe molta attenzione a Sergej Milinkovic-Savic e ai suoi fratelli. Gli chiederebbe istantaneamente di dimostrargli effettivamente che sono il frutto dell’evoluzione dell’uomo e dello sport. Di dargli un segno.
