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Parolo Parolo Parolo, soltanto Parolo tra noi

“Parolo, Parolo, Parolo..”. A chi di Champions League buttate se ne intende, questo simpatico jingle sarà riecheggiato nelle orecchie per diversi mesi. Perché ben prima della trasferta di Crotone, e con diversi anni di anticipo rispetto alla banalissima sconfitta contro il Chievo di sabato scorso, la Lazio di Reja, Diakitè, Foggia e Bresciano perdeva a Cesena un punto che sarebbe risultato decisivo in ottica quarto posto. A fine stagione 2010/2011 i biancocelesti concludono a pari punti con l’Udinese, che per la differenza reti favorevole vola ai preliminari di Champions.

Ci ricorda vagamente qualcosa.

Si ma, che c’entra tutto questo con Parolo? A volte le immagini dicono più di mille parole, lasciatevi rinfrescare la memoria.

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Parolo, Parolo, Parolo. Di storie così la Lazio ne sforna decine all’anno. Perché il fato ha voluto che quel giocatore tanto odiato – personalmente ero a Cesena quel giorno, e gli ho detto forse anche più parolacce di quelle che ho gentilmente proferito a Vecino dai Distinti Nord, sarà che porto sfiga? – diventasse negli anni una colonna biancoceleste, un ragazzo senza il quale in mezzo al campo la Lazio proprio non può stare.

Non tutto il male vien per nuocere

A Milinkovic vogliamo un gran bene, mai quanto a Patric però insomma è abbastanza in alto nella scala degli affetti. Ma il suo infortunio a Milano potrebbe essere la chiave per svoltare questo finale di stagione. Abbiamo più volte decantato quanto sia bella la Lazio fantasia, e in effetti vedere i quattro tenori tutti insieme ha il suo fascino, se non fosse che il prezzo che Inzaghi ha dovuto pagare per la sua scelta è stato quello di far fuori Marco Parolo.

Una scelta ovviamente passata in sordina. Quando hai 34 anni e già da tempo hai superato la soglia dei 200.000 km, il massimo che puoi fare è sperare che il cambio periodico dell’olio ti permetta di durare ancora un altro paio d’anni a livelli discreti. E il tifoso medio si sa, ha la memoria corta e ti dimentica in fretta. Inutile nascondersi dietro il dito che sta indicando da qualche settimana persino Ciro Immobile.

Grazie di tutto e arrivederci, ce ne sono a migliaia che possono fare 41 gol a stagione, cosa credi. Mica vorrai campare di rendita?

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“Che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei…”

L’infortunio di Milinkovic, dicevamo. A Milano dopo 15 minuti Parolo deve prendere il suo posto. Lo fa a modo suo, in silenzio. Quando tutte le telecamere sono puntate verso le lacrime del serbo e le parole dei laziali chiedono con veemenza quale sia la volontà degli dei del calcio. E come al solito, Marco c’è ma non si vede. È un equilibratore nato, il collante invisibile tra i reparti di cui la Lazio ha maledettamente bisogno. Parolo ha la mentalità, quella in grado di renderti instancabile anche quando sei in riserva e l’unica cosa che vorresti è fermarti e mollare. Recupera, intercetta, imposta, si inserisce. Senza Milinkovic la Lazio perde nel palleggio ma guadagna tutto ciò di cui ha bisogno per vincere, tutto ciò che è incredibilmente mancato in queste settimane.

(Notare l’espressione di Romulo, è chiaro come per lui sia inspiegabile aver visto Parolo nell’area di rigore del Milan solo qualche istante prima del contrasto con Piatek)

“Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai…”

A 34 anni avere il futuro davanti – per un calciatore – è un lusso riservato a pochi. Parolo è tra questi. Sta bene, ha voglia, viaggia ancora su altissimi livelli. Al diavolo il rinnovo del tagliando e quel tiki taka del modulo fantasia, tanto fumo che poi sbatte contro le difese ermetiche di Chievo e SPAL. Ci vuole un incursore, qualcuno che sparigli le carte in campo e poi riesca a ricucire in difesa, lo può fare solo il nostro numero 16. Murgia, quello più affine per caratteristiche, è parcheggiato a Ferrara. Mentre Berisha è un desaparecido che ha visto più la Paideia di Formello.

Quasi dieci anni fa ne avremmo fatto volentieri a meno, di Marco Parolo e di quel siluro all’incrocio. Oggi è difficile immaginare una Lazio senza la sua corsa. Inzaghi ci ha provato per qualche mese ma con risultati altalenanti, per tornare sui propri passi a volte serve una spintarella dagli dei del calcio. Noi ce la prendiamo con ottimismo, c’è un cerchio da chiudere. Due destini incrociati che possono convergere nella Champions League. Forse siamo sognatori, ma intanto cantiamo.

“Parolo, Parolo, Parolo..”

Certo che sarebbe bastata anche una piccola influenza, un mal di gola. No eh?!

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