La storia della Lazio è piena di grandi campioni. Basta elencare la formazione del secondo scudetto per far venire i brividi a chiunque, che supporti il bianco e il celeste o meno. Avere avuto dalla nostra parte personaggi come Verón, Mihajlovic, Simeone, Nesta, Signori, Giordano, Piola e chi più ne ha più ne metta riempirà sempre d’orgoglio i nostri cuori. Ma solo uno è riuscito a farci provare pura, spassionata gratitudine. Il suo nome è Miroslav Klose.
Solo a pronunciarlo viene da gridarlo al cielo, quel nome. MIROSLAV KLOSE. Un nome freddo e autoritario, il nome di un re. E lo era un re, un gigante che dentro e fuori dal campo dominava incontrastato, suscitando devozione nei propri tifosi ed ammirazione negli avversari. Ma com’è possibile che un giocatore come Klose abbia rappresentato così tanto per chi ha avuto la fortuna di tifarlo? Non aveva una tecnica individuale fuori dal comune, non aveva strapotere fisico, alla Lazio non aveva neanche più l’età dalla sua. Come ha fatto un giocatore apparentemente ordinario ad elevarsi allo straordinario, diventando addirittura il marcatore più prolifico della storia dei Mondiali? Non c’è nulla più in alto dei Mondiali, non c’è nessuno più in alto di Klose in quella competizione.
Cosa aveva Miro più degli altri?
Il primo pensiero va alla quantità di reti messe a segno in carriera ed alla facilità con cui riusciva ad andare in gol. L’attaccante tedesco aveva un feeling più che naturale con la porta avversaria, segnava in ogni modo possibile: di testa, di destro, di sinistro, di rapina, al volo, dal limite dell’area. Ci sono stati periodi in cui la Lazio si è aggrappata quasi disperatamente ai suoi gol che arrivavano puntuali ogni domenica, quasi una tassa sul weekend per l’opponente di turno. Ma non contano solo i numeri per definire campione un calciatore, serve qualcosa di più.
Si potrebbe dire che la sua forza sia stata la sua infinità professionalità. È possibile. Noi tutti ricordiamo un Klose che raccoglie i palloni a fine allenamento, un Klose che cura il proprio fisico per essere sempre al massimo, un Klose che non rilascia mai una dichiarazione fuori posto. Che la testa sia importante è un mantra che ripetiamo spesso, in particolar modo quando si parla di soggetti appartenenti alla attuale rosa biancoceleste. Ma la testa è tutto? Basta dare il 100% in ogni occasione per essere un campione? Per essere un apprezzatissimo calciatore, un personaggio devoto alla causa che comunque conquista i cuori dei propri tifosi, sicuramente sì. Ma un campione, se possibile, è ancora di più.
La vera forza di Miroslav Klose, uno che nell’immaginario laziale recente probabilmente è la personificazione stessa del campione, è sempre stata l’amore per il gioco. Sarà banale come risposta, ma se ci pensate bene non può essere che quello. Un incondizionato, spassionato amore verso lo sport che ha fatto da collante tra l’istinto dell’attaccante e il freddo raziocinio, tra il fiuto per il gol e la dedizione alla causa. Chi altri avrebbe ammesso di aver segnato un gol di mano laddove l’arbitro non se ne era minimamente accorto, se non una persona che ha un rispetto troppo profondo verso il gioco e verso l’avversario per vincere barando? Chi è che rincorrerebbe un pallone scattando come un ragazzino se non uno che in quel pallone vede la possibilità di dipingere un’opera d’arte? Chi si prenderebbe malvolentieri il privilegio di tirare un rigore come quello che calciò esattamente un anno fa contro la Fiorentina davanti ad uno stadio che lo invocava, se non uno che dei privilegi non sa che farsene perché ha già scelto la via più umile?
Solo lui avrebbe e ha potuto fare tutto questo. Ed è per questo che ciò che dovrebbe provare qualsiasi laziale davanti a questa persona è gratitudine. Perché ha scelto proprio noi come privilegiati fruitori della sfolgorante luce che emanava. E noi cosa possiamo dire, se non grazie?
Perciò, sarà pure banale e scontato, ma ancora una volta.
