La Leggenda di Milinkovic Savic
Forse era già con gli Egiziani che gli innalzarono al cielo piramidi. Forse era già con Sparta, mela feroce agogè, sotto gli scudi a respirare per ore sudore e frecce e sudore.
Forse era con l’uomo da sempre, in una sorta di crescita oltre il possibile. Quello che è successo a Milinkovic Savic è impossibile. Ma quello che non è possibile per gli altri, per Milinkovic sembra semplice.
Già, perché quello tra Mateja Kezman e Igli Tare, tra il suo agente e il DS della Lazio è un’alleanza di ferro, industriale, fondata sul più antico dei patti.
La lealtà che non si può tradire. E Mateja non tradisce. La Fiorentina vuole Milinkovic, lo porta a Firenze. Gli mette una penna in mano, gli dice firma. Crediamo in te. Gli dice firma.
Firenze è la tua città. Gli dice firma, faremo di te un grande giocatore. Ma Milinkovic dice no. Dice che ha altro. Dice che qualcuno non vuole, parla forse della ragazza. Qualcosa dice..Qualsiasi cosa dica. Dietro c’è un feeling puro, l’intesa tra due attaccanti.
Lo stesso fiuto che porta Milinkovic a proporsi in area. Mateja Kezman ne aveva, di fiuto. Ha l’accordo con Tare, anche se l’offerta della Lazio al Genk forse non è migliore di quella della Viola. Ma che importa.
A volte basta una stretta di mano. E la Milinkocrazia comincia a fiorire. E tutto quello che prima sembrava impossibile all’improvviso è lá, a portata di mano.
Milinkovic Savic è un giocatore della Lazio.
Ma non è tutto subito facile. È un giocatore atipico Milinkovic, di difficile collocazione. In nazionale giochi pure trequartista, sembrano dirgli a Formello. Qui hai campo come mezzala. Ma devi addestrarti. Migliorare. Imparare.
Ma la Milinkocrazia nasce quando vuole, come le sue giocate estemporanee, i suoi guizzi di poeta del calcio. Non ha padroni la Milinkocrazia perché è profondamente padrona del pallone, del corpo, dei corpi altrui. Un po’ come Big Show qui (sì, è il nostro wrestler preferito, e sì, forse somiglia a Milinkovic in qualcosa di feroce)
È un continuo misurare una forza opposta agli altri e smisurata, e contraria e terribile. L’onda d’urto Milinkovic si abbatte sugli altri con Inzaghi. Un altro attaccante. Come se ci fosse qualcosa, in Milinkovic, profondamente legato alla fame atavica che lega gli attaccanti alla porta. A
Amante della Bola, che non smetteremo mai di ringraziare per quello che fa per il mondo Lazio (gli ha dato voce, video, immagini), lo esalta così
Lo definisce Superior, e in un certo senso sembra davvero venire da un altro pianeta, da una tecnologia superiore, o forse solo uno scherzo strano dell’evoluzione, che ha voluto regalato al nostro, di pianeta, un dominatore gigantiaco, un ritorno all’età dell’oro dei Titani, quando queste creature mitiche battagliavano con Zeus per il dominio incontrastato dell’Universo.
Inzaghi gli ritaglia addosso un ruolo di mezzala titanico eppur adatto. Titanico perché gli chiede tantissima corsa (e lui corre, corre sempre tra i primi per Km percorsi), una quantità di inserimenti epica.
Gli ritaglia addosso il vestito buono della Milinkocrazia, la classe fatta strapotere, il tocco fatto tragica immensità.
Di fronte alla sua potenza terrena, solida, qualsiasi altra forma di vita rischia di sembra superflua, insignificante. E lo è, minuscola, insignificante. Ne sanno qualcosa i centrocampisti della Roma, forse arrivati leggermente scarichi, forse meno forti mentalmente del solito.
Vengono semplicemente annullati, relegati all’imperfetto dell’essere. Per questo non stupisce affatto che segni: è solo il naturale decorso della Milinkocrazia come forma di potere assoluto, terribile, eppure cosi dannatamente dolce.
Diciamocelo per dire, accanto a Milinkovic lo stesso Biglia sembra umano, cosi dannatamente umano, piccolo, rabbioso umano vicino ad un colosso. Ma rappresenta forse, El Principito, quell’eleganza che al serbo manca.
A volte, in maniera assurda, sembra quasi danzare nonostante la sua mole colossale, come succede certe volte quando la gravità e la velocità e la fisica subiscono un corpo, e non ne fanno uso e consumo, tipo così
Nel suo mondo, nella sua dittatura dei centimetri, l’eleganza è un orpello di cui sente il bisogno solo quando deve soffiare sul pallone di suola, svincolarlo dalle leggi della fisica per trovare l’assist perfetto. Quando non lo sbatte in rete con potenza di testa. Quando non lo sbatte per terra con un rumore cingolante del petto. Ha eguali, in giro per l’Europa, ora, Milinkovic Savic?
Difficile dirlo. Kezman quasi sicuramente direbbe di no. I tifosi della Lazio spergiurerebbero di no. Ha eguali in Europa, come forma di governo assoluto, la Milinkocrazia? Sarà la Storia a dirlo. Quella con la S maiuscola. Quella che fanno gli eroi.
Intanto Milinkovic si prende i complimenti di D’Amico, uno che ieri in Rai ha fatto le fiamme, ribaltando le pagelle (ai limiti dell’indecorosamente basso), date da Gentili, e nello stesso tempo sintetizza la nostra reazione ad ogni tocco di palla di Milinkovic (se non la perde, ovviamente, cosa che fa quando si fa prendere da una certe lentezza congenita, e strutturale)
Quella che un tempo era chiamata Mito, si raccontava di notte, con un brivido. Quella dei Titani, che combattevano con Zeus, e hanno avuto la follia, il coraggio, la forza di scalare l’Olimpo per rovesciare nel fango l’ordine prestabilito. Quelli che sembrano aver trovato in Milinkovic Savic un figlio diletto, un portatore ideale di caos, strapotere, delirio giustificato di assoluta onnipotenza. Portatore di un nuovo credo, che quelli che lo adorano, sommessamente, chiamano semplicemente Milinkocrazia.
