[amazon_link asins=’8896873916′ template=’ProductCarousel’ store=’tofl-21′ marketplace=’IT’ link_id=’4334a2a0-3a5a-11e7-a49f-ab69b457a4f8′]Prima di trasformarsi in simbolo juventino, Pavel Nedved era un idolo laziale
“Pavel Nedved è un nuovo giocatore della Juventus”. Più o meno queste furono le parole che spezzarono il mio idillio estivo nel luglio del 2001. Ricordo piuttosto bene la scena: ero al mare e sul far della sera, quasi casualmente e soprattutto inaspettatamente, ascoltai alla tv la notizia della cessione di Nedved. Un colpo al cuore, un fulmine a ciel (tornato) sereno dopo che nei giorni precedenti era andato in scena il balletto mediatico legato alla sua permanenza a Roma, con tanto di proposta di rinnovo in bianco poi vanificata dal viaggio segreto a Torino orchestrato dal gran manovratore Moggi.
Quella di allora era una Lazio fortissima, una squadra già da qualche anno ai vertici del calcio italiano ed europeo, con una rosa ricca di campioni. In fondo, un approccio più freddo e ragionato all’affaire Nedved avrebbe dovuto attenuare le mie preoccupazioni, anche perché Cragnotti non era nuovo a operazioni del genere: cessioni illustri e costosissime venivano seguite da acquisti altrettanto illustri e costosissimi. Il problema però era che io in quell’estate avevo poco più di 12 anni, età alla quale non si può richiedere lucida razionalità. E col senno del poi nemmeno il giochino “esce un fuoriclasse, ne entra un altro” quella volta funzionò, visto che il fiore all’occhiello della campagna acquisti per la Lazio 2001/02 fu Mr. 90 miliardi Gaizka Mendieta, che di Nedved dimostrò di avere solo il colore dei capelli. Ma al di là di tutto questo, il motivo vero per cui la cessione improvvisa di Pavel Nedved fece male al mio cuore adolescente tinto di bianco e celeste e mi procurò un groppo in gola che per poco non si sciolse in lacrime sul pianerottolo di quella casa che si affacciava sul Mar Ionio, è che io Pavel Nedved lo adoravo. Ed ero in qualche modo sicuro che Pavel Nedved adorasse me.
MINA VAGANTE
Temo che la versione bianconera di Nedved – fortissima, vincente e Pallone d’oro – abbia nel tempo sensibilmente alterato il ricordo della versione biancoceleste, anche quella fortissima e vincente, seppur in maniera diversa. Oggi si parla di Nedved e un po’ tutti (eccetto ovviamente i laziali) tendono naturalmente ad accostare a quel nome l’immagine di un giocatore coi capelli lunghi biondi, il numero 11 a spezzare sulle spalle l’alternanza verticale strisciata, i gol festeggiati con la rabbia e la fame di vittorie, le eccessive simulazioni in mezzo al campo e quel passo sempre un po’ nervoso e mai realmente stanco. La furia ceca, appunto.
Ma quello juventino non è altro che l’evoluzione del Nedved laziale, la versione adulta e incazzata di un giocatore che eccezionale lo era già. Un atleta formidabile in un contesto diverso, che ha reso alla grande e ha fatto impazzire di gioia i suoi tifosi sia a Roma che a Torino.
Alla Lazio Nedved fu portato da Zeman, suo connazionale e grande estimatore, dopo gli Europei del ’96 giocati da assoluto protagonista con la maglia della Repubblica Ceca. Il ragazzo che mise piede per la prima volta nel campionato di Serie A (allora veramente il più bello e difficile al mondo) aveva un fisico asciuttissimo e un profilo minuto e pulito, caratteristiche somatiche che modificherà parzialmente nel corso degli anni per via di un aumento di massa muscolare che lo farà leggermente ingobbire. Taglio di capelli corto e ordinato, numero 18 sulle spalle e aquila sul petto in bella vista a impreziosire una maglia interamente celeste di una bellezza unica per semplicità.

Pavel Nedved era l’esterno sinistro della Lazio più forte di tutti i tempi. Ultimo uomo a sinistra di una linea di centrocampo che dopo Zeman (con Zoff prima ed Eriksson poi) si schierava a 4 o a 5 e non temeva il confronto con gli altri grandi centrocampi d’Europa dell’epoca. Elemento imprescindibile e determinante per l’equilibrio di una squadra che a cavallo del nuovo millennio ha saputo dominare la scena, portando a casa (tra gli altri trofei) il secondo scudetto della sua storia nel 2000.
Dal 1996 al 2001 Nedved è stato un simbolo fondamentale di quella Lazio: non certamente l’unico (il capitano, per dire, era Nesta); ad essere sinceri nemmeno il più talentuoso (c’era pure Veron, che giocatore Veron!); non il più carismatico (Simeone, Mancini, Couto, Mihajlovic… aiuto, sto per piangere). Non il primus inter pares in un contesto di stelle, ma la mina vagante di un esercito organizzato e spaventoso. Ecco, Nedved era proprio il cecchino di quell’esercito, il tiratore scelto, il soldato sempre presente e mai disposto a tirarsi indietro. Continuo, concreto, decisivo, veloce, resistente, intelligente, prolifico. Adorabile.
Qualità delle immagini: rivedibile. Qualità del soggetto: invidiabile
Dal punto di vista tattico Nedved era un esterno atipico. Non amava arrivare sul fondo per crossare e il dribbling nello stretto non era tra i colpi migliori del suo repertorio. Il vero esterno tradizionale di quella Lazio era dalla parte opposta del campo, parlava portoghese e Vieri e Salas lo chiamano ancora oggi per ringraziarlo dei suoi cross al bacio. Il ceco era invece più un jolly del centrocampo che partiva da sinistra e svariava in larga parte della metà campo offensiva, non facendo peraltro mai mancare il suo contributo in fase difensiva. La sua proverbiale capacità di calciare forte e preciso con entrambi i piedi era un rompicapo per gli avversari perché gli permetteva il lusso di scegliere ogni volta fra diverse soluzioni di gioco: mettere in mezzo palloni tesi o rientrare all’interno per esplodere tiri di rara bellezza ed efficacia. In più, era capace di trattare bene il pallone nel corto (qualità fondamentale per associarsi a compagni molto tecnici), di ripartire rapidamente in contropiede (altra grande arma offensiva della Lazio targata Eriksson), di inserirsi con i tempi giusti da dietro (spesso la Lazio dello Scudetto giocava con un 4-5-1 che esaltava la produzione offensiva dei centrocampisti), di rifinire l’azione con assist o gol (nei 5 anni a Roma 207 partite e 51 reti). Praticamente, il profilo di un centrocampista completo, un ‘box to box’ ante-litteram, un giocatore universale e già moderno.
Partita bloccata su un campo ostico? Rivolgersi a Nedved e al suo destro da fuori
Atleticamente poi non ne parliamo più di tanto. Atleticamente Pavel Nedved era un mostro. Avete presente tutti quegli aneddoti usciti fuori ai tempi della Juve che raccontano di un giocatore instancabile, primo ad arrivare e ultimo a lasciare il campo d’allenamento? Di un professionista esemplare che gioca anche da infortunato, che sa andare oltre la soglia del dolore e che va a correre anche durante le feste di Natale? Ecco, tutto questo accadeva già alla Lazio. Quando mi capita di rivedere il Nedved laziale, penso che ciò che lo ha reso davvero grande e per certi versi speciale è stata la sua capacità di mantenere un elevato stato di lucidità nonostante le tante energie lasciate sul terreno di gioco, nonostante i tanti calci subiti e le corse infinite. Credo che se all’epoca gli avessero proposto di partecipare a uno di quei programmi televisivi di sopravvivenza in situazioni estreme e lui avesse accettato (cosa altamente improbabile considerando la sua riservatezza), sarebbe stato il concorrente ideale. D’altronde non può essere un caso se la Curva Nord dell’Olimpico di Roma ti dedica un coro sulle note di Jeeg Robot.
DAVANTI A TUTTI
Nonostante i pochi successi raggiunti, la storia della Lazio è costellata da grandi giocatori. Tralasciando il record man di gol in Serie A Silvio Piola – in attività in un periodo di tempo che può essere considerato preistorico per il calcio – le squadre più forti sono sicuramente quelle vincenti del 1974 e di fine millennio. Ora, io la folle Lazio di Chinaglia e Maestrelli non l’ho potuta vedere, ma da quello che ho letto e catturato dalle immagini in bianco e nero mi sento di dire che si trattava di un gruppo di giocatori forti dalla grande personalità, senza però un vero fuoriclasse (il talento maggiore era nei piedi del giovanissimo D’Amico). Quella del 2000 invece era una corazzata formata da un organico di primo livello tecnico e caratteriale, che a conti fatti ha raccolto meno rispetto alle sue potenzialità.
Ma se proprio devo fare un nome, sceglierne uno, eleggere il più grande di sempre, i dubbi sono pochi. Pavel Nedved è, a mio avviso, il più forte calciatore ad aver mai vestito la maglia biancoceleste. Per un semplice quanto fondamentale motivo: è stato il più determinante. Attenzione, non il più tecnico, non il più bello da veder giocare, non il più rappresentativo. Il più forte.
E se volete una prova concreta a sostegno di questa tesi, ve ne posso fornire almeno tre. Tre, il numero perfetto. Perfetto come il suo tempismo nei momenti decisivi.
Villa Park di Birmingham, 19 maggio 1999. Lazio e Mallorca sono ferme sul risultato di 1 a 1 nella finale di Coppa delle Coppe. La partita si sta avviando inesorabilmente verso i tempi supplementari quando, all’81esimo minuto di gioco, Nedved dal limite dell’area di rigore colpisce di prima intenzione una palla vagante che rimbalza una volta dopo un duello aereo tra Vieri e Siviero. Un destro micidiale per coordinazione e precisione regala il primo trofeo europeo alla bacheca laziale.
Questo è invece il gol più emblematico. E’ il 9 gennaio del 2000, non una data qualsiasi. E’ il giorno del centenario. In un Olimpico vestito a festa per l’occasione storica, lo stacco di testa di Nedved vale il vantaggio sul Bologna e il sorpasso in testa alla classifica ai danni della Juve fermata da Crespo a Parma poche ore prima. Prima e dopo il gol si segnalano una traversa colpita con annesso tap-in vincente di Salas e un’espulsione per doppia ammonizione. Protagonismo.
Nedved ha segnato 4 gol nei derby, tutti decisivi (3 vittorie e 1 pareggio in rimonta). Il ceco era un autentico uomo-derby, temuto e odiato dai tifosi giallorossi. Il 26 marzo 2000 la Roma è in vantaggio grazie al gol in apertura di Montella e sembra poter fare lo sgambetto fatale ai cugini, già attardati dietro la Juventus capolista. Ma il piano romanista viene sconvolto dalla “ostinata caparbietà” di Nedved, che trova un pareggio di pura rabbia prima del capolavoro di Veron su punizione che vale il primato cittadino e l’inizio di un’epica rimonta in campionato.
DI QUANDO ERI ROBA MIA
Vorrei mettere da parte per una volta ciò che Nedved è diventato dopo tutto questo nel bene e nel male. Nel bene, un giocatore più vincente e internazionale (vedi Champions 2003 da trascinatore e Pallone d’oro) dalle doti di leader più spiccate. Nel male, una specie di simulatore seriale, polemico con gli arbitri, spesso al limite del fair play. Nel complesso un uomo diverso rispetto al timido ragazzo venuto da lontano nel 1996. Più aggressivo, più scontroso, molto più juventino negli atteggiamenti e nelle dichiarazioni di quanto fosse stato laziale, nonostante i tifosi della Lazio non lo abbiano certamente amato meno rispetto a quelli della Juve.
Anzi, arrivo a dire che oggi quando vedo Nedved esultare in veste istituzionale nella tribuna d’onore dello Juventus Stadium accanto ai massimi rappresentanti dello stato maggiore bianconero, in mezzo a signori della Torino bene, così nobile, così potente, così sfacciatamente juventino, io non lo riconosco più. E l’antipatia personale per questa versione supera decisamente l’ammirazione nostalgica per la versione passata alla mia Lazio. Quella con l’aquila sul petto e il ciuffo biondo ancora corto. Quella più genuina secondo il mio cuore, lo stesso spezzato una sera di mezza estate di tanti anni fa in riva al mare.
Nicola Cicchelli

Personalmente, preferisco ricordare gente come Simeone, che ha espresso di voler allenare un giorno la Lazio, e Klose, che probabilmente si aspettava un congedo diverso da Lotito. Hai detto bene tu, Nedved mi è troppo antipatico, ha cancellato nella mia mente tutto quello che di buono aveva fatto per la Lazio, mancando di rispetto alle persone che lo avevano portato in Italia e a quei tifosi che lo avevano amato tanto. Da quando è andato alla Juve ha incarnato alla perfezione lo stile dei suoi dirigenti, arrogante e spocchioso fino al midollo, dimenticandosi di avere un po’ di riconoscenza per l’allora presidente Cragnotti.