Non è mai troppo tardi quando (ri)nasce un amore, nemmeno se ti chiami Felipe Anderson e sembri aver perso la bussola. Nella testa rimbombano insulti, le gambe corrono ma i piedi non vanno, la palla gira male, segue la scia di pensieri negativi. Perchè il pallone lo sente quando non sai che fare, quando il periodo è nero e tutto intorno ti pare confuso, quasi sconosciuto. Felipe lo sa. Sa che non è colpa di Leiva se quel dannato pallone va per conto suo; sa che non è colpa di Inzaghi se decide che è ora di far spazio a qualcun altro, per il bene della Lazio, per il suo bene. E alza gli occhi al cielo, dice qualche parola di troppo, ma lo sa. E proprio perchè lo sa si fa scuro in volto e ce l’ha col mondo. Felipe sa anche che i tifosi parlano, scrivono, non sono contenti. Non sono per niente contenti. O risorgi, o qui si mette male, Felipe.
“Ed è come un bambino che ha bisogno di cure, devi stargli vicino, devi dargli calore”, capito mister? Ha capito benissimo. Inzaghi sa. Sa come prendere i suoi giocatori, come gestirli, come motivarli, come cazziarli, come coccolarli. Il mister lo sa, e ha messo da parte gli screzi, i diverbi, le incomprensioni, e ha preparato “il terreno migliore” al suo bambino prodigio, che non ha mai smesso di esserlo. Il mister lo sa. Felipe lo sa, e vuole ricordarlo anche ai tifosi. Ha allacciato gli scarpini, si è fatto il consueto segno della croce e ha acceso i motori. Da lì in poi è magia pura. Che lo spettacolo abbia inizio.
In una sera così fredda e piovosa, Felipe col pallone fa quello che vuole, rinfrescando la memoria al suo popolo e a tutti quelli che hanno osato metterlo in discussione. Nessuno può mettere Felipe in un angolo: era così no? Era sicuramente così. E dopo aver smarrito la diritta via in quella selva oscura qual è (a volte) Formello, Felipe ritrova la luce in fondo al tunnel. Rabona fu la giocata e chi la fece. E’ di nuovo amore tra Felipe Anderson e i suoi tifosi che ora più che mai sono implacabili. Li ha fatti innamorare ancora una volta, li ha fatti godere e gli ha ricordato quanto bello era il loro amore e quanto lo può ancora essere. Il suo popolo lo abbraccia e lo scalda a suon di cori. Felipe, un po’ distratto, ricambia e saluta. Quando torna in panchina, la rabbia di un passato non troppo lontano fa spazio al sorriso e c’è posto anche per un abbraccio con il suo mister, che lo ha sempre saputo.
Una serenità ritrovata, per il suo bene, per il bene della Lazio. Pipe è tornato e sembra non volersi più fermare. La palla gira di nuovo come vuole lui, segue i suoi piedi scaltri, veloci, furbi; piedi che segnano e che fanno segnare, che si intendono a meraviglia con l’altro pezzo da 90 della Lazio, Milinkovic Savic. Due assist al bacio del brasiliano, inarrestabile, sorprendente, esaltante, che anche contro il Sassuolo mette indirettamente la sua firma sul risultato.“Amami ancora adesso, sono sempre Felipe lo stesso”, capito Lazio? E’ Felipe che te lo chiede, nelle vesti di Cupido con le ali di un’aquila e la maglia numero 10. Ora, come allora, pendono tutti dai suoi piedi. E’ proprio vero che non è mai troppo tardi per innamorarsi, di nuovo, perdutamente.
Articolo a cura di Valeria Rainaldi
