Questo pezzo parla dell’importanza di chiamarsi Ciro Immobile. Perché chiamarsi Ciro Immobile, di questi tempi, è importante davvero. Partiamo da lontano, ma neanche tanto.
Estate 2016. Il direttore sportivo Igli Tare è chiamato a portare a termine un colpo tutt’altro che banale: sostituire il panzer Miroslav Klose. Dopo cinque stagioni alla Lazio, le ultime della sua gloriosa carriera, il campione del Mondo tedesco dice addio al calcio giocato. Non è tra le più floride la situazione del parco attaccanti biancoceleste in quel momento: dopo l’addio di Re Miro, un deludente Matri non viene riscattato e l’unico attaccante rimasto in rosa è Filip Djiordevic. Soprattutto alla luce di una stagione a dir poco fallimentare, i tifosi laziali richiedono a gran voce il colpo in attacco. In effetti, c’è da dire che la centenaria tradizione della prima squadra della capitale è stata spesso caratterizzata dal numero 9: Silvio Piola, Giorgio Chinaglia, Bruno Giordano, Beppe Signori, Paolo Di Canio, Christian Vieri, Marcelo Salas, Simone Inzaghi, Tommaso Rocchi, fino ad arrivare proprio a Miroslav Klose.
La squadra biancoceleste ha sempre fatto del centravanti il suo giocatore simbolo, capace di caricarsi la squadra sulle spalle, di inventare giocate e segnare goal a raffica. Il carisma e la leadership che sugli spalti è incarnata dal tifoso biancoceleste, come per magia viene appresa ed applicata sul campo dal terminale offensivo. Il numero 9 nella Lazio ha rappresentato sempre i valori dei tifosi biancocelesti, divenendone beniamino e trascinatore.
Bambini, ragazzi e adulti tifosi della Lazio hanno sognato grazie alle giocate del centravanti di turno. Piola è l’attaccante che tutt’oggi ha segnato più goal nella massima serie italiana, Chinaglia era colui che prendeva la Lazio per mano e la portava a vincere il primo scudetto della sua storia. Giordano era la stella nei tempi bui biancocelesti, Vieri risultò decisivo nel portare nella città eterna il primo trofeo europeo. Inzaghi e Salas si spartirono il merito del secondo scudetto, mentre grazie a quest’ultimo battemmo gli invincibili del Manchester United nella storica finale di Montecarlo. Negli anni più recenti, trascinati dai goal di Rocchi prima, di Klose poi, arricchimmo la bacheca con altri tre trofei: entrato nella storia quello del 2013.
Tutto questo per dire che scegliere l’erede numero 9 della Lazio è un’impresa tutt’altro che semplice. I nomi sul taccuino del direttore sportivo erano molti. In una Lazio versione Marcelo Bielsa sembrava indispensabile un giocatore alla Enner Valencia, espressamente richiesto dal tecnico. Nazionale ecuadoregno, fa della velocità e l’esplosività fisica il suo punto principale di forza. Tuttavia, i goal messi a segno sul suo curriculum non erano quelli da poter far sognare una tifoseria così esigente come quella laziale, abituata come detto ad altri tipi di attaccanti. Il suo score parlava di due stagioni al West Ham e 10 goal totali.
Igli Tare, forse, in quei giorni ha pensato addirittura di riprendere gli scarpini appesi al chiodo e di tornare in campo come sostituto di Klose
Altri due nomi particolarmente insistenti erano quelli di Leonardo Pavoletti e Gianluca Lapadula: entrambi stuzzicavano e non poco la fantasia del tifoso laziale. L’ex Pescara veniva infatti da una stagione strepitosa in serie B: 46 le presenze, 30 le reti. È vero che proveniva dalla serie minore, ma i numeri parlavano chiaramente di un calciatore che aveva raggiunto il massimo della maturazione ed era definitivamente esploso. Pavoletti aveva fatto molto bene in quel di Genoa: primi sei mesi 10 presenze e 6 reti, seconda stagione in rossoblù 25 partite giocate e ben 14 volte andate sul tabellino dei marcatori. In una stagione e mezza col Genoa aveva collezionato 36 presenze e 21 goal.
Queste erano senza dubbio le piste più calde, i nomi più accreditati per raccogliere lo scettro di Re Miro Klose. La stampa arricchiva la fantasia laziale con i soliti nomi che puntualmente tornavano ad ogni sessione di calciomercato, da Adebayor a Van Persie, fino a passare per il sempreverde Yilmaz. Ma la sensazione era chiara: la Lazio era a caccia di un profilo nei pieni anni della sua maturazione, pronto per prendere in eredità il posto lasciato dai campioni del passato per diversi anni a venire.
Alla fine la spunta Ciro Immobile. È il 22 luglio 2016 quando arriva l’ufficialità della trattativa: Immobile è della Lazio. I tifosi biancocelesti hanno il loro nuovo bomber. Un profilo assolutamente interessante alla corte del neo-tecnico Simone Inzaghi (dopo il forfait di Bielsa). Il ragazzone di Torre Annunziata approda alla Lazio all’età di 26 anni, quando di norma un calciatore è già esploso. In effetti i numeri parlano di un giocatore che ha dimostrato molto, nel corso della sua carriera: capocannoniere della Serie B 2012/2013 con 28 goal all’attivo con la maglia del Pescara, capocannoniere della Serie A 2013/2014 con la maglia granata del Torino, esperienza poco felice al Borussia Dortmund, durante la quale mette comunque a segno 10 goal e risulta essere il capocannoniere dei tedeschi in Champions League, con 4 goal e un assist in 6 presenze. Successivi sei mesi negativi al Siviglia, fino al ritorno al Torino dove da gennaio a giugno mette a segno 5 goal.
Parlare oggi di profilo interessante per quanto riguarda Ciro Immobile fa senza dubbio sorridere. In una stagione e poco più giocata con l’Aquila sul petto, Ciro è diventato semplicemente Ciro il Grande. Goal a raffica: 23 in campionato, conditi con altre 3 reti in Coppa Italia che fanno 26 reti totali solo alla prima stagione. Se a queste si aggiungono le 5 messe a segno in Nazionale, nello stesso anno, il numero diventa 31. Numeri impressionanti, reti spettacolari. Molto spesso decisive: di testa, di rovesciata, destro o sinistro. Ma questo non fa davvero la differenza. L’unico che fa la differenza è Immobile, con la maglia numero 17, a guidare l’attacco laziale.
Ma le statistiche non riescono bene a rendere l’idea del valore che ha raggiunto Immobile per i tifosi della Lazio. Per riuscire a capire, è necessario contestualizzare. Il ragazzo venuto a Roma l’ultima settimana di luglio 2016, probabilmente non ha nulla a che vedere con quello che è oggi Ciro Immobile.
Non gioca da due anni– dicevano i realisti.
Era mejo Lapadula– affermavano i più pessimisti.
In effetti, il centravanti napoletano non è stato accolto da eccessivi entusiasmi tra i tifosi biancocelesti. Un po’ perché il tifoso laziale è critico di natura, un po’ perché effettivamente veniva da esperienze estere abbastanza deludenti.
Dal canto suo Immobile si trovava di fronte ad un bivio della sua carriera. Poteva continuare a far soldi al Siviglia, guadagnando di più e giocando quasi mai, perché un calcio troppo diverso quello spagnolo per l’attaccante nostrano. Oppure, cosa decisamente più complessa, doveva rimettersi in gioco con una squadra di media-alta classifica. Neanche a dirlo, indovinate qual è stata la scelta più azzeccata?
In breve tempo Ciro Immobile ha compreso l’importanza di chiamarsi Ciro Immobile per i tifosi della Lazio. Ha capito cosa significhi essere il centravanti della prima squadra della Capitale. Semplicemente, ha accettato con umiltà e vestito panni del numero 9 biancoceleste. O meglio, il numero 17. Ha assaporato la magia, ne ha sfiorato le potenzialità, dopodiché è diventato uomo prima, condottiero poi.
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Il centravanti della Nazionale non è più il ragazzo diventato capocannoniere a Torino, né lo spaesato ventiquattrenne che andò a cercare fortuna in Germania. Ciro Immobile, al pari dei suoi grandi predecessori, è divenuto il cavaliere di questa Lazio, lo spirito combattivo, il leader assoluto. Capace di prenderla per mano, contro avversari decisamente più potenti e guidarla fino alla vittoria. La consacrazione definitiva di Ciro avviene infatti all’inizio della seconda stagione con l’aquila sul petto.
Tredici di agosto, finale di super coppa italiana e l’avversario che Ciro si trovava di fronte è un gigante: la Juventus vincitrice di sei scudetti consecutivi e finalista dell’ultima Champions League. Non c’è partita sulla carta. A meno che, come storicamente è sempre accaduto, la Lazio si affida al suo numero 17. La partita non ha motivo di iniziare, a meno che Ciro Immobile indossi la sua armatura e sfoderi la sua spada. Quella spada che in passato avevano usato Signori, Chinaglia e Salas.
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Tutto il resto è storia già scritta. Immobile strapazza la Juve, segna una doppietta, combatte, lotta, pressa, intimorisce l’avversario. Grazie a Ciro la Lazio alza il trofeo numero 14 nella sua storia. Passano non molti giorni e punisce ancora il Chievo, dopodiché torna decisivo con una rete scaccia grane in Nazionale. Non si ferma e non ha alcuna intenzione di farlo. La tripletta con la quale schianta il Milan alla terza di campionato è solo la ciliegina sulla torta: rigore tirato di potenza, mezza rovesciata da urlo sul secondo palo e piattone da rapinatore d’area. E siccome non gli bastava, assist per il poker firmato Luis Alberto. Una forza della natura, un uragano devastante, uno dei migliori centravanti in Italia. Lo score parla chiaro: 45 partite, 32 goal segnati, 8 assist decisivi. Un trofeo alzato.
Agli inizi degli anni 2000 ricorreva un coro in curva nord: “Ma che ce frega, ma che ce comporta noi c’avemo er Matador”. Era in onore di Salas, contrapposto a Francesco Totti, stella dell’altra sponda del Tevere.
Oggi possiamo cantare: “Ma che ce frega del bosniaco noi c’avemo Ciruzzo goal”.
La leggenda del centravanti biancoceleste si ripete. E Ciro ha capito perfettamente del potere del quale è stato investito. Dietro la sua maglia, ci sono le ombre dei bomber del passato. Poteva restarne intimorito, farsi risucchiare dalla pressione, come spesso è accaduto.
Lui ha ricevuto l’investitura, ha giurato fedeltà e si è trasformato nel condottiero.
‹‹Non ti mette apprensione essere considerato il miglior attaccante italiano del momento?›› chiede ingenuo il giornalista.
Sguardo fiero, sorriso sulle labbra e risposta di routine da parte di Ciro.
Perché so cosa significa essere il centravanti della Lazio, avrà pensato il nostro numero 9. Pardon: numero 17.
Articolo a cura di Luca Calzetta
(Ringraziamo Sbiadited per le immagini, e vi invitiamo a fare un giro sul suo profilo Instagram. Non ve ne pentirete: https://www.instagram.com/sbiadited/?hl=it)
