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Il racconto dei racconti: Keita Baldé Diao

Era il 9 giugno del 2013. Si giocava la finale scudetto del campionato Primavera. In finale erano arrivate Lazio e Atalanta. Tra i giocatori della Lazio ce n’era uno in particolare che si era messo in luce, in quella stagione. Si era distinto a tal punto da attirare le attenzioni di mister Petkovic, che più volte lo aveva convocato in prima squadra, senza però mai farlo esordire. Lui, quella sera di giungo del 2013, si era comunque consolato così:

Keita Baldé Diao, o più semplicemente Keita. Dalle giovanili del Barcellona allo scudetto con la Primavera della Lazio. Quella sera, dopo la vittoria, ci furono i festeggiamenti del caso. Tutta la squadra andò in hotel, e i bicchieri si alzavano al cielo e il cielo non sembrava così scuro, le stelle c’erano e si vedeva distintamente la costellazione dell’Aquila: Altair, la stella più brillante della costellazione, guardava dall’alto quel gruppo di ragazzi in festa, in un hotel bellissimo, in una serata bellissima e loro erano tutti bellissimi, pieni di vita come i pini di Roma. E Altair, quella sera, era un po’ anche Keita, che tra tutte le stelle della Primavera era quella che più si era messa in mostra, che più aveva brillato.

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E proprio Keita, quella stessa sera, mentre la festa andava avanti e la musica alta pompava le casse e i bicchieri si svuotavano, proprio lui, dicevamo, stava in disparte. Era seduto su una panchina, con lo sguardo basso e le mani nei capelli. Vedendolo, uno dei presenti si avvicinò a lui. Gli chiese: va tutto bene? Keita alzò lo sguardo, ma non rispose. Nella sua testa c’era uno sciame di voci di mercato che lo volevano lontano dalla Lazio. Una di queste voci, però, non lo voleva poi così tanto lontano. Un DS avvolto nel fumo di una sigaretta era un suo grande estimatore. La Roma, la Roma, la Roma, e lui aveva appena vinto lo scudetto Primavera con la Lazio. Resto, parto, resto, parto. Alla fine Keita fissò un punto davanti a lui e disse: io voglio restare alla Lazio.

E allora vieni, alzati – l’altro gli tende la mano – è tempo di festeggiare.

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Passano gli anni. Il ragazzo si fa grande, viene aggregato in prima squadra. I suoi doppi passi incantano i tifosi e scompensano gli avversari, che non riescono a fermarlo. Keita li salta tutti, li dribbla, anzi, no, non è che li dribbla: lui non li vede neanche.

Qui è dove salta tutto il Napoli e segna

Qui è dove arriva sul fondo con una facilità disarmante

Qui è dove parte in velocità e non lo prendi più

Ma Keita, alla Lazio, non è soltanto goal, assist e belle giocate. Keita alla Lazio è anche scontro sul rinnovo, è una continua sirena di mercato che suona e che dopo un po’ dà fastidio. Keita alla Lazio è un problema di ingaggio. E poi c’è il problema di quell’infortunio, della sua mancata presenza, di un polverone grosso che ha coperto tutto. Keita è a un passo dall’essere messo fuori rosa. Sono lontani i ricordi di un hotel di Roma, di una sera di giugno. Sembrano così lontane le parole d’amore e l’aria buona che tirava dopo quella bella vittoria. Il calciomercato è aperto e Keita sembra sempre più lontano dalla Lazio. E invece, alla fine, resta. Come aveva fatto anni prima. Keita alza il pollice e dice: quando cominciamo?

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Le cose con Inzaghi sembrano andare meglio. Keita torna in rosa, gioca nel tridente, corre e si diverte. Come nei grandi amori, si vive il momento, certo, ma poi uno pensa anche al futuro e allora si chiede: quanto durerà? Viene voglia di rispondere che non finirà mai, ma forse sarebbe una bugia. E allora non resta che andare da quel ragazzetto che se ne sta lì, in disparte, su una panchina, mentre gli altri festeggiano. Bisogna solo andare lì, senza dire niente. Quando alzerà lo sguardo, bisogna porgergli la mano invitarlo ad alzarsi.

Non sappiamo cosa succederà domani. Ma nel frattempo, andiamo.

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