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Giù le mani da Felipe Anderson

Che bello esultare. Che bello lodarsi. Che bello farsi i complimenti a vicenda e riceverne da tutte le parti. Bello e facile, celebrare la vittoria. Più brutto e più difficile è sopportare e dover analizzare la sconfitta, compito che non tutti riescono a svolgere lucidamente. Per nostra fortuna, abbiamo un mister che è in grado di farlo, che non vuole mai darsi alibi di fronte alle difficoltà della squadra. C’è però chi non riesce a darsi pace, chi non regge l’onta di farsi sconfiggere da Pandev, da Ballardini, dal Genoa (e come biasimarli?). Chi ha bisogno di puntare il dito, di trovare un colpevole a tutti i costi, con cui sfogarsi un po’.

Quel colpevole stavolta è Felipe Anderson.

Feliz ou não, a lei da vida é sempre seguir em frente com a cabeça erguida. 🤜🏽

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Intendiamoci: l’atteggiamento di Pipe in campo contro il Genoa è stato quantomai bizzarro, se non seccante. Lo abbiamo visto muoversi senza palla, per poi rimanere immobile nel momento in cui la sfera gli capitava tra i piedi, quasi cercando di fintare con la mente più che con il corpo. Quasi come se si stesse sporgendo sull’orlo di un baratro e non avesse il coraggio di saltare, nonostante lo avesse fatto già mille volte. Un comportamento strano insomma, che dall’esterno non può che sembrare svogliatezza. Scarso attaccamento alla maglia, direbbe qualcuno.

Il risultato è presto detto: abbiamo perso con il Genoa, siamo incazzati, prendiamocela con quello che cammina in campo. Sfoghiamo la nostra legittima frustrazione su Felipe Anderson, che di buono ha fatto solo quattro mesi con Pioli.

Puntiamo il dito, che non sarà bello ma almeno è facile.

E così i malumori – eufemismo – si accumulano su un solo giocatore. Ma non uno qualsiasi, non un titolare inamovibile di questa Lazio: su Felipe Anderson, quello che fino a poco tempo fa incarnava la magia biancoceleste. Il problema è lui, quindi giù insulti, “tajate sti capelli”, “vattene”, volontà di trovare casi e litigi nello spogliatoio più armonioso della Serie A. Si dimentica forse di esaminare la persona, si rischia di darla per scontato, uno dei più grandi pericoli in una relazione. Una di quelle cose che portano alla rottura.

Era arrivato in sordina, poi tre anni fa è diventato il vero craque della Lazio. Non c’era nessuno come lui in quella rosa, si è preso il palcoscenico con una veemenza ed una facilità tali da far sembrare l’esplosione di Milinkovic-Savic poca cosa a confronto. Sembrerà un’eresia detta adesso, ma è vero: la stella di Felipe Anderson ha bruciato per poco tempo, ma con una intensità da supernova, non paragonabile a nessun altro. Al netto delle valutazioni di mercato che nell’ultimo paio d’anni sono schizzate fuori da qualsiasi parametro umano, mai nessun giocatore della storia recente della Lazio era stato valutato 50 milioni di euro. Per soli quattro mesi di luce, tra l’altro.

💥 poder

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Poi è arrivata la penombra. Quei famosi quattro mesi di strapotere fisico e tecnico sono diventati la personalissima spada di Damocle pendente sulla testa di Felipe Anderson, il motivo per cui ogni tifoso laziale si aspetta di vedere accadere miracoli ogni volta che il brasiliano prende il pallone. E quando non succede, quando la magia non riesce, quando il guizzo manca, Felipe diventa automaticamente un “morto de sonno“. Ma, come dicevamo prima, forse ci si dimentica. Forse non si pensa che dalla prima annata di Pioli sono passati ben tre anni ormai. Che nel frattempo c’è stata una stagione orribile, fatta di passivi pesanti, basse posizioni in classifica e maglie bruttarelle, in cui però Felipe Anderson ha messo a segno 9 gol e 6 assist, pur facendosi inevitabilmente trascinare a tratti nella spirale negativa della squadra. Che poi è seguita la gestione Inzaghi, in cui Felipe Anderson si è messo in gioco in un ruolo che non era il suo, segnando 5 gol e sfornando la bellezza di 13 assist per i compagni.

Forse ci si dimentica che all’inizio di questa stagione Felipe Anderson era la seconda punta designata da Inzaghi, che l’intesa con Immobile sembrava funzionare alla grande. Ma poi c’è stato un infortunio che lo ha costretto fuori dal campo dalla preseason fino a due mesi fa, c’è stata la scoperta di un Luis Alberto sfolgorante nel ruolo di spalla di Immobile, il ruolo che spettava di diritto al talento di Brasilia dopo tanto soffrire e stringere i denti. In questa Serie A Pipe è partito titolare una volta sola, contro l’Udinese, rispondendo presente con un assist e un gol. Ma quella è la normalità, l’ordinarietà. Quasi non vale la pena celebrarla.

Vitoria. Agora o pai vai descansar… ⚽️💙🙌🏽

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Arrivati a questo punto, lo avrete capito: questa è una difesa di Felipe Anderson. Ma attenzione: non si tratta di giustificazioni, non si tratta di voltare la testa dall’altra parte. Gli atteggiamenti si notano, le braccia cadono quando si sta perdendo con il Genoa, il tempo scorre inesorabile e lui sembra bloccato, inerme, frustrato. Il punto è che non è con la contestazione che rivedremo la magia di Felipe Anderson. Non è con gli insulti che tornerà ad avere lo spunto vincente, uno spunto – va sottolineato – che gli manca da sole tre partite su tredici totali in cui è quasi sempre subentrato. Soprattutto, in una visione più ampia, non è prendendosela con un singolo che si esorcizza la sconfitta del gruppo.

Il punto è che non si deve dare Felipe Anderson per scontato.

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