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Felipe sì, Felipe no. Se famo du’ spaghi?

Quant’è difficile Felipe Anderson. Così discontinuo che rende discontinui anche i tifosi nei suoi confronti, nessuno sa mai che pesci pigliare, se amarlo o insultarlo. Poi arriva il mercato e con lui il West Ham, squadra dalle dubbie pretese in Premier League ma che a quanto pare ha il coraggio di tirare fuori una roba come 40 milioni per Felipe. Dato che gli Hammers sono arrivati tredicesimi nell’ultima stagione, sarebbe un po’ come se il Chievo si presentasse alla porta di Lotito sventolando fior fior di quattrini per uno dei giocatori più talentuosi della Lazio. E invece i gialloblù entrano dalla porta sul retro, arraffano il primo Djordjevic lasciato su una mensola a prendere polvere e scappano di corsa a Verona col Filip nel sacco.

Paragoni banali e poco calzanti a parte, Felipe Anderson è più che interessato all’offerta del West Ham e anche la Lazio ha drizzato le orecchie. Nel frattempo, i tifosi di cui sopra sono più indecisi che mai e si trovano al momento attaccati alla gonnella del brasiliano che gridano frasi sconnesse, tra il “Te ce porto a cavacecio in Inghilterra” e il “Non amerò mai più nessuno dopo di te“. Cerchiamo quindi di mettere ordine nei pensieri dei biancocelesti e di capire perché Felipe Anderson dovrebbe andarsene e perché dovrebbe restare.

 

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Felipe vattene

Tenere giocatori scontenti contro la loro volontà è controproducente. Un mantra che sentiamo ripetere almeno dieci volte al giorno, ma che applicato a Felipe Anderson mette ancor più paura. Il brasiliano è infatti emotivo quanto un tifoso italiano messo davanti alla semifinale del Mondiale di Germania 2006 (domani cominciano i Mondiali a proposito, si salvi chi può) e in una situazione del genere riuscirebbe a tirar fuori solo il suo peggio. Vedi Lazio-Genoa, una partita che per quanto riguarda Felipe Anderson ha lasciato strascichi evidenti nell’immaginario biancoceleste. In quel caso specifico lo abbiamo difeso, ma è anche vero che se il brasiliano dovesse rimanere a Roma controvoglia bisognerebbe scrivere righe e righe in sua strenua difesa praticamente ogni domenica. E già questo non ci va tanto. In più, tenere nello spogliatoio un elemento scontento potrebbe avvelenare l’aria idilliaca che sembra si respiri a Formello di questi tempi, altro fattore da non sottovalutare. Ultimo ma non per importanza, il prezzo: una cifra vicina ai 40 milioni rappresenterebbe un’ottima plusvalenza – anche se al netto della percentuale dovuta al Santos – per un giocatore che purtroppo non ha mai rappresentato una sicurezza.

Felipe non ci lasciare

Prima considerazione da fare qui è l’aspetto emotivo. Perché di Felipe ci si innamora follemente ad ogni accelerata, ogni doppio passo, ogni esultanza laconica e tristemente allegra. Vederlo togliersi di dosso il biancoceleste sarebbe un dolore immenso per chi ancora ha negli occhi la sua ciabattata da fuori area a battere De Sanctis, un sinistro fatto partire quasi per caso che ha fatto esplodere di gioia incredula tutti i laziali. Che poi a pensarci quel gol è un po’ la metafora del Felipe Anderson biancoceleste: così bello, così inaspettato, così poco decisivo. Ma chi lo ama non riesce a lasciarlo andare. Anche perché – altro fattore – quest’anno Felipetto per la prima volta ha indossato anche la fascia di capitano. Contentino da parte di Inzaghi? Difficile, il mister della Lazio raramente dà a chi non merita. Felipe Anderson può evidentemente contare ancora qualcosa nella rosa biancoceleste, altrimenti Inzaghi non si sarebbe mai sognato di dargli una così gravosa responsabilità. E poi, 40 milioni sono abbastanza? Sono tanti, è vero, ma nel folle mercato di oggi il brasiliano non potrebbe potenzialmente valere quasi il doppio? Potenzialmente, perché non ha mai dimostrato continuità di rendimento, ma l’indole da spaccapartite non gli manca. Se solo si autoconvincesse che il suo ruolo è quello del faro quando si fa buio e c’è bisogno di ribaltare la situazione – e soprattutto che la Lazio ha bisogno di lui per questo – sarebbe il giocatore più decisivo della Serie A. Che però sembra essere destinato a rimanere solo un rimpianto d’oro.

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