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Eugenio Fascetti, “rimanemmo tutti”

Sono nato nel 1979.

E sono della Lazio.

Se non siete già preda di un sentimento misto di ammirazione, compassione e meraviglia, è chiaro: non conoscete la storia del calcio romano.

Se è vero, come dice il filosofo baffuto più citato a caso della storia, che “Ciò che non ci uccide, ci fortifica”, la generazione di tifosi biancocelesti a cui appartengo è pressoché immortale.

Le vie del karma sono beffarde: i miei amici nati esattamente dieci anni dopo hanno vissuto una vita da tifoso completamente differente. Al contrario di ciò che accade in ambito pensionistico, la generazione precedente ha sofferto le pene dell’Inferno affinché la successiva potesse vivere a testa alta.

Amici trentenni, voi non vi rendete conto quanto siete fortunati.

Voi avete vissuto la più straordinaria concatenazione di allineamenti planetari, incroci zodiacali e decisioni divine che la storia della Lazio abbia mai visto: sette titoli in tre anni, una squadra che sembrava la Top 11 dei campionati europei, tre finali internazionali di seguito, due vinte, uno scudetto che è la prova ontologica della dimostrazione di Dio, Christian Vieri come centravanti mentre gli Altri avevano Fabio Junior.

Certo, avete anche vissuto la rivincita dei barbari un anno dopo (che hanno trasformato i festeggiamenti per un solo trofeo, non sette, in un permamente Sacco di Roma durato un’intera estate).

Ma avete vissuto anche il Trionfo nell’Armaggeddon firmato Lulic 71.

Siete vissuti nell’unica epoca storica in cui la Lazio ha vinto nettamente di più rispetto alle Forze del Male.

Io sono nato dopo la morte di Maestrelli e Re Cecconi.

Chinaglia era già in America.

Sono nato l’anno della morte di Paparelli, della retrocessione per scandalo-scommesse.

L’anno in cui noi andiamo in B con disonore, mentre gli Altri acquistano Paulo Roberto Falcão.

L’inizio dell’era più buia della Storia umana: quello in cui la Lazio strappa un pareggio a Cava dei Tirreni, mentre l’Oscurità prevale.

Quello in cui il ritorno dell’Eroe, (il Sacro Long John) e la Resurrezione annunciata (il ritorno in Serie A) si concludono con una nuova retrocessione, peggiore della prima.

Quando i nostri campioni sono in carcere con l’accusa più infamante e vengono liberati per un’amnistia dopo la vittoria italiana dei Mondiali ottenuta (bisogna dirlo) anche e soprattutto per le giocate magistrali del giallorosso Bruno Conti, “più brasiliano dei brasiliani”.

Quando nei film i laziali vengono derisi e malmenati, mentre i Vanzina portano in trionfo l’immagine del romano volgare, coatto, sbruffone e truffaldino.

Ovviamente, facendogli indossare i colori avversi.

Sia lode agli dei, che si manifesteranno due volte all’Olimpico (prima nel balletto stordente di Grobbelar ai calci di rigore e due anni dopo nella incredibile vittoria del Lecce già retrocesso), per aver evitato l’estinzione della stirpe eletta.

Perché quando facevo le elementari (metà anni ’80), in una scuola di mille ragazzini solo io era della Lazio.

C’era qualche timido e indifferente simpatizzante, ma di tifoso vero c’ero solo io.

I bambini che non erano assoldati dall’Armata delle Tenebre, tifavano di tutto: la Juve di Platini, il Napoli di Maradona, la Sampdoria di Vialli e Mancini, il Catanzaro di Palanca.

Qualsiasi squadra. Tranne la Lazio.

Se considerate che la mia scuola era al confine della Magliana e se conoscete gli anni in cui è ambientato Romanzo Criminale, potete capire in quegli anni di chi erano figli i miei compagni di classe (in alcuni casi la scelta della squadra già lo rivela).

Per questo, noi pochi fieri baluardi passati indenni attraverso quel crudele setaccio esistenziale non temiamo nulla.

E quel sentimento di fierezza invincibile aveva due volti: uno era quello sbarazzino, e a tratti commosso, da personaggio pasoliniano di Vincenzino D’Amico, talento purissimo, bandiera autentica, in campo una vera delizia per gli occhi (come adesso da commentatore è un po’ una tortura per le orecchie), colui che ci ha portato sulle spalle nella serie cadetta, a colpi di giocate geniali e imprevedibili, degne di un numero 10 da nazionale slava.

E, poi, c’era l’altro volto della nostra fierezza: quello sempre contrariato, sempre contratto in una smorfia tra lo sberleffo e il rodimento della zona perianale, sempre pronto a mugugnare una battuta al vetriolo, a trattenere davanti alle telecamere una spettacolare esplosione blasfema in un crescendo degno di Mario Magnotta.

Sto parlando di lui, l’unico, ineguagliabile Salvatore della nostra Infanzia: Eugenio Fascetti.

Ben due pubblicazioni (la monografia Eugenio Fascetti in allegato a Lazialità e Elogio del Libero alla Gazzetta dello Sport) hanno celebrato gli 80 anni del burbero toscanaccio che “è stato, dopo Tommaso Maestrelli, l’allenatore più amato nella storia della Lazio” (Guido De Angelis).

Allenatore proprio proveniente dall’impresa, inutile per la classifica ma determinante per la prosecuzione della civiltà umana, del 20 aprile 1986 allo Stadio Olimpico come allenatore del Lecce.

Contro Sven-Göran Eriksson, sulla panchina del Gran Nemico, proprio l’allenatore che dopo poco più di dieci anni porterà la Lazio, in un triennio breve e memorabile come un sogno, tra le grandi del calcio europeo.

Perché il Destino sa tutto.

Eugenio Fascetti, il condottiero dell’anno dei -9.

Colui che ha scampato rocambolescamente non dico la più grave onta, ma forse la pietra tombale della nostra stessa sopravvivenza.

Colui che reso possibile la Rinascita.

L’uomo che fu protagonista del discorso più emozionante della nostra storia, nello spogliatoio, davanti a tutta la squadra, non appena ricevuta la notizia della penalizzazione:

“Chi vuole, resti. Chi non se la sente, può andar via subito. Chi resta combatte fino alla fine”.

Ogni volta che lo racconta, dopo una pausa sapiente aggiunge: “Rimanemmo tutti”.

Poche parole, scolpite nella storia, che autorizzano il buon vecchio Neno (come lo chiamano gli amici) e la sua squadra di giovani eroi a rivolgersi al celebrato Al Pacino di Ogni maledetta domenica con gli immortali versi de Er Gitano: “meglio se t’arrenni a cì, pe noi se ‘na bambina”.

Ora, fermatevi un attimo: pensate cosa voglia dire evitare la retrocessione con una penalizzazione di 9 punti, ai tempi in cui una vittoria valeva 2 punti e non 3.

Ci avete pensato bene?

Ecco.

Io c’ero a Lazio-L.R. Vicenza, 21 Giugno 1987.

Una partita così lontana nel tempo che la squadra avversaria nemmeno esiste più.

La Lazio doveva vincere.

Ma non per salvarsi. Per avere il diritto di giocarsi la salvezza nella tremenda lotteria degli spareggi.

Come un gladiatore condannato a morte che, dopo aver compiuto un’impresa impossibile, deve gettarsi due volte nel fuoco per avere, poi, forse, salva la vita.

Per questo è ovvio che Russell Crowe sia della Lazio.

Perché Il Gladiatore, rispetto alla nostra storia, racconta un’innocua e noiosa scaramuccia tra vecchi amici.

Si sa, per più di 80 minuti la porta di Dal Bianco sembrava stregata.

La palla non voleva entrare.

Avevo 8 anni,  da sei giorni.

A pochi minuti dalla fine, contemplavo nel vuoto l’abisso della Serie C incombente.

Gli occhi persi nel vuoto, l’indice sinistro ancora dolorante perché un mancato goal precedente mi aveva indotto in un’esultanza illusoria talmente plateale che vi si era conficcato un canino di mio zio, seduto accanto a me (la ferita rimarrà incisa per un mese, come una medaglia temporanea).

La Lazio stava per andare in Serie C.

La mia bandiera stava per sparire nel gorgo.

Mi aspettava un’intera città pronta a ghignarmi contro.

“Robba da annà in esilio dentro ar cesso”, avrebbe detto un grande poeta mistico allora contemporaneo, dai suoi devoti iniziati ribattezzato il Califfo.

Quando Fiorini a pochi minuti dalla fine riuscì, guidato chiaramente da un’entità angelica, a rompere l’incantesimo (con un gioco di gambe improvviso, irreale per freddezza, degno di quello di Miroslav Klose al 95° di un derby di 24 anni dopo) non ci crederete, lo so: io non ho esultato subito.

Come con Calori nel 2000.

Come con Lulic il 26 Maggio.

Perché il laziale sa, benché bambino, che il Destino è crudele e beffardo.

Ma è anche generoso con i saggi.

Sa che non si esulta mai prima.

Perché noi non siamo gli Altri.

Con un finale che sarebbe stato considerato esagerato per un finale di un episodio della saga di Rocky, la Lazio si giocherà la salvezza all’ultimo respiro, dopo una sconfitta per un goal in fuorigioco di De Vitis col Taranto.

Ne farà le spese il Campobasso.

Il terreno nemico di Fuorigrotta diventerà la Terra Promessa.

Fabio Poli, il Profeta che libera il suo popolo.

Il resto è Storia.

Ma tu, giovane fratello biancazzurro, che ti lamenti perché Inzaghi non mette la difesa a 4, perché Lulic non ha il dribbling di Garrincha e perché ogni anno sfioriamo la Champions League e non stiamo nell’Europa che conta, fermati prima di parlare.

Rifletti.

Studia la tua storia.

Conosci le tue radici.

E ogni giorno, nel tuo cuore, levati il cappello davanti a un’ottantenne toscanaccio.

Perché è grazie a lui se tu oggi puoi andare in giro a testa alta, con i vessilli della prima squadra della Capitale.

Written By Adriano Ercolani

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