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Elogio della follia (e della classicità) di Strakosha

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che ha Tommy dopo aver salvato un gol. Sornione, come se nulla fosse accaduto, come fosse la cosa più naturale del mondo stare lì, solo tra tutti, ultimo baluardo a difesa di un esuberante banda votata all’attacco chiamata “Lazio di Inzaghi”. Strakosha è un folle, come tutti i portieri, come tutti quelli che scelgono di mettersi in porta da ragazzini: rinunciando ai gol, alla gloria, alle maglie personalizzate sulle spalle dei tifosi, alla condivisione dell’errore che esiste in mezzo al campo.

Il portiere è un uomo solo con se stesso, che porta sulle spalle il peso insostenbile di una condizione ben definita, un uomo forte perché come sosteneva Pasolini “si deve essere molto forti per saper sostenere la solitudine”. Audace e incosciente, perché un suo errore vuol dire tutto per gli altri e niente per i suoi. Significa subire di tutto subito dopo e rimanere lì, isolato dal resto: dai brusii e dai mugugni del pubblico, dagli sguardi intrisi di rancore eppure comprensione dei compagni, ma soprattutto a fare i conti con la propria testa che gira vorticosamente e il cuore che tambureggia come la grancassa ne la Symphonie Fantastique di Berlioz. L’attaccante può sbagliare un’occasione da rete, il centrocampista un passaggio, il difensore un tackle, ma non è detto che un loro errore condizioni la partita. Il portiere non può sbagliare, pena l’irreversibilità.

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Forse il concetto è un filo estremizzato, ma non si va tanto lontani dalla realtà. Un ritratto che si addice perfettamente a Strakosha, di anni 23, nato all’ombra del Partenone, ad Atene, quando il papà, Foto, difendeva la porta dell’Olympiakos. Albanese d’origine, cultura, anima e anche nazionale. Eppure è come se un po’ di quel prezioso bagaglio culturale che viene dalla patria della cultura occidentale si sia sedimentanto nel DNA di questo ragazzo. Nella sua capacità di pensare con calma, razionalizzando anche le situazioni più intricate, incosciente nel trarre l’avversario a sé e poi frustrarlo con una finta o un lancio profondo.

Come accadde a Salamina, quando la II Guerra Persiana conobbe una svolta: con gli ateniesi guidati da Temistocle capaci di attrarre i persiani nell’angusto gorgo di fronte all’Attica, per poi schiacciarne la flotta pesante e numerosa con le loro navi più agili e manovrabili in quel tratto di mare. Nell’antica Roma, i più abbienti mandavano i figli ad Atene per fare apprendistato. Lì imparavano la retorica che fu di Demostene, i versi di Sofocle, Eschilo ed Euripide, la prosa di Erodoto, Senofonte e Tucidide, la filosofia di Socrate e Platone. Da Roma si partiva ragazzi per arrivare ad Atene e tornarne uomini capaci di entrare nell’organismo della Res Publica.

Strakosha, invece, è partito ragazzo, quando doveva compiere ancora 18 anni, ed è arrivato a Roma per compiere la sua trasformazione in uomo e atleta di spessore internazionale. Un viaggio di formazione che ha avuto successo, perché oggi Thomas è uno dei migliori portieri della Serie A e uno dei giovani estremi difensori più promettenti del panorama europeo. La Lazio se lo coccola, anche perché su di lui ha saputo costruire un progetto vincente.

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Lazio che è entrata nel cuore di Thomas, che lo ha sedotto e conquistato, come dimostra ogni giorno tramite i social che usa con formidabile padronanza. Per questo lui la protegge con tanta accuratezza, con così profonda decisione. E’ comparso sulla scena un po’ per caso, con i tifosi un po’ scettici, un po’ confusi: “E mo’ questo chi è? Faceva panchina a Salerno te pare che è bono…“. Dicevano i più con eloquio degno degli ateniesi sopracitati.

L’esordio insicuro sotto le luci di San Siro e la sconfitta laziale contro il Milan (quoque tu) non aiutarono a spazzare via i preconcetti del tifoso. Ma da quella sera in poi, complici anche i problemi fisici di Marchetti e la fiducia accordatagli da Inzaghi e Grigioni, Strakosha è stato capace di prendersi tutto e di farlo in breve tempo. Maglia da numero 1, stima e simpatia del pubblico biancoceleste. Un’ascesa continua, non ancora terminata.

Oggi Tommy è una colonna di questa Lazio e insidia Berisha come titolare della nazionale albanese. Non male per chi era stato etichettato pure come “raccomandato” per via dell’amicizia di Tare con Strakosha senior. I fatti, però, hanno spazzato via le maldicenze, hanno tolto il velo dal talento del ragazzo. Un ragazzo che ha compiuto un viaggio contrario rispetto a quello dei giovani romani di 2000 anni fa: contrario nella rotta, simile negli scopi. Roma stavolta ha fatto Atene e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

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