C’era una volta una sera d’estate. Una lunga, calda sera d’estate di facili entusiasmi ed eterne compagnie. C’era un bar, lontano dalle case, che affacciava su una strada di confine e che aveva tutta l’aria di essere lì da secoli. E poi c’era un grande calcio-balilla nell’angolo più in vista del locale. Rossi contro blu, e la più classica delle scaramucce su chi prende cosa, in preparazione a un momento che ferma il tempo e ti fa tornare bambino. Voci confuse di gioia, sfottò di circostanza, anche qualche insulto sporadico con la scusa della partita. Gocce di sudore, e bicchieri di birra messi pericolosamente a penzolare sull’orlo del campo da gioco.
C’era una volta una sera d’estate che stava volgendo al termine per far spazio al resto. E all’improvviso un urlo a squarciare il velo di una notte che si preannunciava gloriosa. L’omino in blu d’attacco aveva messo dentro la pallina decisiva. Non poteva essere altrimenti. Perché quella lunga e calda sera d’estate portava con sé il profumo elegante di un mare di lusso. E anche in quel vecchio bar sperduto si poteva ben sentire l’eco di un gol storico.
Un fascino misterioso
Mapuche è il nome dei nativi dell’Auracanìa, regione centro-meridionale del Cile che ha come capoluogo la città di Temuco. Un popolo antico e fiero quello dei Mapuche, attaccato alla terra e temprato dalle ostilità della vita.
Proprio Temuco ha dato i natali a José Marcelo Salas Melinao, il cileno dai lunghi capelli neri destinato a diventare uno degli attaccanti più forti e amati della storia laziale. Quando venne annunciato il suo acquisto dal River Plate io, tifoso-bambino fortunato a crescere nell’era più luminosa e vincente della Lazio, non sapevo nulla di lui. Eppure quella notizia non mi lasciò affatto indifferente. Sarà stato quel nome palindromo dalla forte musicalità latina che suonava perfetta alle mie orecchie o forse quel soprannome affascinante di “El Matador” che lo precedeva, fatto sta che la curiosità di scoprire questo attaccante mancino che faceva sfracelli nel campionato argentino era probabilmente inferiore solo all’ansia di innamorarmene follemente.
Uno dei primi e più fulgidi ricordi di Marcelo Salas in azione è però legato a una maglia rosso scarlatto. Mondiale di Francia, estate 1998. Si giocava Italia-Cile, ma la mia attenzione era dedicata quasi esclusivamente al numero 11 sudamericano. Il tandem d’attacco formato con Ivan Zamorano era di quelli speciali: due bandidos dell’area di rigore che fecero impazzire la fortissima retroguardia azzurra. Magnifica doppietta per Salas e il mio petto che si gonfiava d’orgoglio. Era quello il futuro centravanti della mia Lazio. Era quello il futuro e più grande mito del mio cuore.
Così nasce un idolo
La gente mi chiede sempre se conosco Marcelo Salas
La gente del mio paese mi chiamava Marcelo Salas, ancora oggi succede spesso. Perché avevo una voglia matta di giocare in attacco, e segnare tanti gol, ed esultare con l’inchino sotto una curva immaginaria. Perché indossavo sempre una maglia celeste con striscia nera sul petto e il numero 9 sulle spalle, ero praticamente inconfondibile in un contesto che non riconosceva come proprio il concetto stesso di ‘tifoso laziale’. Perché portavo lunghi capelli neri, perché ero piccolo e sognavo in grande.
Marcelo Salas aveva tutto quello che io desideravo allora. Marcelo Salas era quello che io avrei voluto essere su un campo da calcio. E non era affatto poco, credetemi.
Il cileno era davvero un campione. Un fattore tecnico rilevante in una squadra fortissima. Al suo primo anno alla Lazio – in un campionato molto diverso da quello argentino – Salas realizzò ben 23 gol in 43 presenze totali. Marcature di ottima fattura, ricami di tecnica pregiata, graffi di puro opportunismo, tiri a giro, tiri potenti, dal dischetto, di testa e in fulminanti acrobazie. Uno splendido predatore d’area piccola, con l’istinto di razza e sfumature intense di classe cristallina.
Uno dei gol più belli e significativi della sua carriera è anche un manifesto del suo gioco. Lancio lungo a scavalcare la difesa inglese, Salas corre in profondità verso la porta seguendo con lo sguardo la traiettoria della palla. Stop orientato di ginocchio e tiro al volo a seguire senza aver mai guardato la porta, con la stessa rapidità felpata di un felino. Poi esulta matando, nell’antico tempio del calcio europeo.
Tempismo, freddezza e rapidità di esecuzione gli consentivano di sopperire a lacune atletiche dettate da un fisico non eccezionale. Salas non era un giocatore devastante in transizione o velocissimo nel breve, e nemmeno il tipo di centravanti che fa a sportellate con gli avversarsi. E però Madre Natura lo aveva fornito, oltre che di un piede sinistro educatissimo, di un’intelligenza calcistica non propriamente ordinaria. Il cileno sapeva sempre dove posizionarsi, come muoversi e quando colpire.
Qui ci regala un’importantissima vittoria esterna contro la Juve con una perla assoluta. Lo stop di petto seguito da tiro immediato da distanza ravvicinata è quasi una signature move di Salas. In questo caso però concorrono un difensore vicino e un equilibrio precario a rendere tutto più difficile. Ah, usa solo il sinistro. Come se stesse partecipando a un gioco di abilità in cui vince chi più fa un gol maradoniano.
Salas è alto 1,73 m, davvero poco per uno che di mestiere faceva il centravanti. Eppure segnò molti gol di testa, frutto di una grande elevazione combinata a senso della posizione e tecnica di impatto. Ha spesso preferito la precisione alla potenza del colpo. Il Matador era delizioso anche per questo. In lui si poteva ammirare il connubio tra eleganza ed efficacia. Un po’ classico, un po’ romantico. Attaccante d’altri tempi in un tempo che ha saputo padroneggiare con discrezione e raffinatezza.
Forse questo è il mio preferito. Sergio Conçeicao pennella dalla destra un cross che sembra uscito direttamente da un joystick. All’altezza del dischetto svetta imperiosa la sagoma del numero 9 che colpisce il pallone in sospensione cestistica a un’altezza davvero misteriosa, con i piedi che per lo slancio arrivano quasi a toccare la schiena prima di stendersi in avanti. La sfera si insacca con potenza e precisione all’angolino basso alla sinistra del portiere rossonero e per poco non buca la rete. Stilisticamente perfetto.
Indelebile
Non è affatto facile entrare nel cuore dei laziali e restarci a lungo. Fior fior di campioni non ci sono riusciti, si sono persi per una sciocchezza. Altri sono stati mal trattati. Altri quasi ridimensionati dallo scorrere del tempo.
Marcelo Salas è stato forse il giocatore più forte a vestire la maglia biancoceleste? Sicuramente no. Allora forse è stato il più carismatico o quello più attaccato alla maglia? Non proprio. Marcelo Salas ha lasciato un segno indelebile nella memoria del popolo laziale perché è stato l’uomo giusto al posto giusto. Ha avuto il talento per imporsi da subito in un contesto interno ed esterno altamente competitivo. Ha goduto della fortuna di giocare nella Lazio più forte e vincente di sempre. Non ha mai rilasciato dichiarazioni fuori posto, né si è macchiato di comportamenti sopra le righe. Nella considerazione postuma collettiva della figura del cileno di sicuro un ruolo rilevante è rappresentato dai tanti trofei vinti da protagonista in quel periodo d’oro. Il gol a Montecarlo nella notte europea dei sogni. Il tandem pazzesco, completo, purtroppo poco esplorato con Bobo Vieri. Quel modo di esultare così latino, così elegante, così originale. L’esaltazione generale di quegli anni ha travolto d’entusiasmo tutto ciò che ha incontrato, lo ha abbracciato e solo ora lo sta assorbendo del tutto.
Salas era lì, al centro dell’attacco, a prendersi tutto l’affetto del pubblico e a restituirlo indietro con gli interessi. Con un inchino sotto la curva, come si fa alla fine di un grande spettacolo. E allora gracias Matador. Per tutto ciò che hai rappresentato. Per tutto l’amore che ci siamo scambiati.
