E se prendessimo De la peña?
Sono passati vent’anni, quasi.
Trenta miliardi circa, investiti su uno dei centrocampisti più acclamati del palcoscenico europeo.
Il “Piccolo Buddha” arriva alla Lazio con l’entusiasmo dei tifosi, pronti a scattarsi foto con improbabili macchinette usa e getta pur di immortalarsi con il quotidiano di turno che in prima pagina “urlava” a caratteri cubitali: “De La Peña alla Lazio”. Centosettantuno centimetri di non muscoli, discreta panzetta e testa pelata, motivo del soprannome “divino”. Ma divine erano anche le sue aperture, i suoi lanci, la sua visione di gioco periferica che aveva fatto la fortuna di un giovane attaccante brasiliano in forza al Barça, niente di chè, un certo Luis Nazario da Lima detto Ronaldo. Doveva venire anche lui alla Lazio, sembrava fatta, poi Moratti ci ha messo lo zampino e a noi è rimasto il suo assistman, ma per quel determinato momento poteva andare bene lo stesso.
Oggi, fortunatamente, calciatori come lui non ce ne sono più, però quanto romanticismo.
La quinta essenza del “con lui in campo sprechi un uomo”, ma non inteso alla Neymar o alla Pirlo (cioè calciatori dediti solo alla fase offensiva e di costruzione e assenti nella difesa). Con lui in campo sprechi un uomo nel senso che giochi letteralmente in dieci. Si muoveva con una finta velocità nella sua zolla, aspettando l’ispirazione che nelle larghe maglie spagnole arrivava, mentre nel bel paese era sempre anticipata dalla “suola tacchettata” del Sottil di turno, roba da far venire i brividi solo per il rumore dell’impatto con il pallone.
La Lazio potrebbe perdere il suo gioiello più brillante, Milinkovic. E perché non sostituirlo con un piccolo Buddha? Nella Lazio dei campioni giocò pochissimo, lo ricordiamo giusto per una traversa da metà campo contro il Piacenza che fece luccicare gli occhi dei bambini ma non andò oltre. In quella partita la Lazio pareggiò, per il Piacenza fece gol il fratello meno famoso di Super Pippo, un certo Simone. Forse ve lo ricordate.
Negli anni successivi, arrivò a Roma anche il De La Peña 2.0: Gaizka Mendieta. Ancora dalla Spagna, con furore. Ma una volta atterrati, niente. Comunque, se dovesse partire Sergej, ci vorrebbe un De La Peña per tirare su il morale. Immaginate i suoi lanci, quelli che faceva al fenomeno, questa volta per Ciro. Immaginate la sua boccia lucida accanto al bel ciuffo biondo di Luis Alberto: i due parlerebbero la stessa lingua, in campo e fuori ma, certamente, non dal parrucchiere. Eppure, c’è chi ancora, tra i più anzianotti, lancia messaggi d’amore allo spagnolo.
La leggenda vuole che in allenamento, squadra A contro squadra B, spesso vincesse la squadra B (quella delle riserve) proprio perché tra le loro fila c’era il piccolo Ivan. Il calciatore del giovedì, l’attore delle prove generali. Quello che dietro le telecamere canta come Franck Sinatra, ma una volta aperto il sipario non ricorda più le parole.
Chissà, forse se De La Peña fosse andato bene non avremmo mai preso Veron. Sarebbe stato un peccato. Però oggi è diverso, la Lazio ha bisogno del nome che morde lo stomaco, che riempie l’aeroporto, che ti fa dire: “Abbiamo preso un fenomeno. Con questo qui vinciamo lo Scudetto”
Poi, possiamo anche tornare sulla terra e beneficiare del suo amico Couto.
Sì, Fernando. Quello col capello riccio e la faccia da finto buono che mordeva le caviglie e ha alzato coppe con la Lazio fino alla guida di Mancini.
“Se prendete De La Peña, nel pacchetto c’è pure Couto”
Meno male.
Ma lo sapevate che per un anno è stato il vice allenatore della Roma?! Ma cosa combini Ivan?!
Articolo a cura di Daniele Ercolani
