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Dentro Mi Rugge: Lorik Cana

Mi rugge dentro. Mi ruggisce tra le pieghe della memoria. Come se fosse un grosso sasso che blocca la corrente, fa scendere solo poche gocce di tutti i ricordi passati. Ma se mi giro vedo questo grosso sasso. Grosso almeno quanto il ricordo di Lorik Cana.
Immaginate Formello. Vi porto con me: spogliatoio, nuovi. Una scalinata interna, buia, blu scura, con in alto i campi, si vede solo il cielo. Scarpini a battere forte sugli scalini. Il primo, con un sorriso, è Lorik Cana. La sua storia, tutta la sua storia, arriva da lontano. Forse è ancestrale. Forse dovreste seguirmi. Seguirlo. Avreste voglia di seguirlo.

Lorik Cana, la leggenda

Si racconta che gli Albanesi vivano in Albania da sempre. Sono un popolo leggendario per i greci: erano al di là del loro mondo conosciuto, fusi nel metallo del mito e nella nebbia del mistero.
Per questo, quando si parla di Lorik Cana, alla Lazio i ricordi si fanno vaghi, le tempistiche si dilatano.

Come i minuti finali di un derby di Coppa Italia destinato a superare le epoche. A marcare Totti, Francesco, capitano della Roma, addosso, costantemente attaccato, c’è un giocatore che non ha mai avuto grande epica nella capitale. Che non ha conquitato che pochi. Che è forse al di là del mondo del calcio, fuso tra il mito e una nebbia di mistero (almeno sul suo ruolo). Lo scontro con Totti, l’indiscusso leader degli avversari, è un giocatore che un tempo, in Francia, veniva chiamato il Guerriero, dai più tiepidi. Il distruttore, da altri. Quasi che ci voglia un soprannome, quasi che il Medioevo, con il suo enorme proliferare di saghe e nomi da aggiungere al proprio nome, richieda con lui un tributo speciale.

Lorik Cana ha qualcosa di mitologico anche nei gesti semplici. Qui si sistema i capelli lunghi, un gesto piuttosto tipico per lui, ma lo fa con lo sguardo truce che doveva avere Vercingetorige quando Alesia stava per cadere sotto la strategia astuta di Giulio Cesare.

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A Roma lo ricordano semplicemente come Lorik Cana. In Albania è qualcosa di più. Molto più simile ad un capotribù, un antico capo guerriero, perfino un re. In Albania vederlo in Serie A, vederlo che dà battaglia in una finale di Coppa Italia, è un tributo immenso ad una nazione piccola ma orgogliosa. Si racconta che gli Albanesi siano là da sempre, con le loro aquile a volare in alto.
E che da sempre tifino Lorik Cana.

Quando arriva a Roma, Lorik Cana lo fa con una scomoda etichetta. Scomodissima, pesante, piuttosto squallida: la sua stessa nazionalità lo rende un amico fraterno del ds Igli Tare agli occhi dei suoi detrattori. Nella collettività biancoceleste si forma l’idea di una filiale albanese contro il mondo (non è forse così, a volte, nella vita, per chi è costretto sempre a fuggire?). La fuga di Lorik, come quella di un eroe vichingo, inizia da bambino. Con gli occhi grandi di chi ha grandi paure e dietro la guerra parte dal Kosovo e si rifugia in Svizzera: “Non sapevamo quanto saremmo rimasti là”.

Per lui è come una ferita che rimane sempre aperta, qui lo vedete piangere, perché la sua patria, la sua terra, è segnata forse per sempre. E la distanza dalle ferite dipende solo da quanto gente come Lorik corre, corre, per sanarle, in qualche modo.

Non lo sapevamo, dice Lorik. Non sapevano quanto avrebbero dovuto fuggire, quanto avrebbero dovuto stare lontano da casa. “Ho sempre voluto essere un uomo buono, sia in campo che fuori. Quando ottenni un contratto con le giovanili del Paris Saint Germain, cominciai a mandare i soldi alla mia famiglia”. 

Per questo i tifosi lo adorano, per lui, per il suo patriottismo quasi medievale. Leggete i commenti sotto la sua foto su Instagram, sembra stiano parlando con Papa Francesco, o con uno shogun giapponese

Ooooo thirri thirri mos të shkojmë në drejtim të gabuar!!! 🇦🇱👐🏻❤

Un post condiviso da Lorik Cana (@lorikcana) in data:

 
Questo bisogna sempre ricordarlo: Lorik in campo è un giocatore leale. Durissimo, a volte tanto da far volare metaforicamente (certo certo, metaforicamente) tibie e peroni avversari. Nella migliore delle ipotesi. Altrimenti a volare erano spesso gli avversari. 

Qui diamo un grosso contributo alla crescita psicopedagogica dell’umanità facendo vedere una sequela onesta e pura di violenza purissima e giustificazioni lealissime ma comunque postume

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Non mi tirerò mai indietro per giocare in nome della mia famiglia, del mio paese e del mio popolo. Gioco per rendere i miei cari orgogliosi, dopo una vita segnata dalla guerra”. 

Lo dice anche qui, e lo sguardo con cui lo dice fa capire molto della sua statura morale assoluta, degli studi che ha fatto, della volontà di ferro

Gioco per l’orgoglio dei miei cari. Quello che si accende quando lo vedi con la fascia da capitano dell’Albania, quando vedi che guida le Aquile. Poi l’esperienza a Marsiglia, dopo l’inizio a Parigi. A Marsiglia lo capiscono, a Marsiglia capiscono l’essenza di Lorik Cana: ed è un paradosso se volete, che a capirlo siano in una terra di frontiera per eccellenza, la caotica, portuale Marseille, di cui su Netflix c’è anche una serie che vorrebbe spaccare le teste a Suburra e Company, ma che obiettivamente, in salsa francese, ha poco a che vedere con altre serie capolavoro su epopee criminali.

Come se le epopee criminali avessero bisogno di miti.

Lorik non è un mito in quel senso: è più un leader, uno di quei leader che sanno prendere decisioni difficili. 

Diciamo che ha un livello Carisma assoluto a metà tra questi due personaggi

Ha quasi un carisma religioso, Lorik. Una volta mi ha parlato per 20 minuti degli Illiri, gli antenati degli Albanesi. Qualcosa di diverso da greci. Qualcosa di più feroce. Come questo signore qui sotto

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Te lo dico, io l’ho conosciuto: se tu avessi giocato con Lorik, avresti giocato per Lorik. Per ogni piega del suo viso. E non per timore (e comunque forse avresti dovuto), ma perché sa ispirare, in qualche suo profondo modo carismatico: è come un ruggito lontano.

 

Sai già che arriveranno, perché lo ha sentito che gridava ai suoi. Deve essere lo stesso sacro terrore che stringeva lo stomaco di Ettore, quando ha sentito il grido tremendo di Achille, che scopre il suo amico ucciso. Che vuole sangue, e vuole sangue di troiano, e vuole il sangue di Ettore. Deve essere quel brivido che prova la sentinella nella notte, sapendo che arriveranno.

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Lo stesso brivido che provano in Francia per anni, sapendo che comunque, in un modo o nell’altro, Lorik sarebbe arrivato. La Turchia, dove va “per avvicinarsi alla sua famiglia, spero che i tifosi del Sunderland lo capiscano”, ha qualcosa di oscuro e forte, e gli somiglia. Per questo al Galatasaray va così bene, dopo aver saggiato tutta la potenza della Premier League al Sunderland, e l’amore folle dei tifosi inglesi. Per lui, per la birra, per tutte le cose della vita dure e pure.

Nel 2011 Altin Lala lascia la fascia da capitano dell’Albania, e l’Albania ha già un figlio degno di quella faccia: è Lorik Cana a prendere la fascia. E la onora, ah se la onora. 

Come onora la Lazio con questo super goal

 Nel 2015 porta per la prima volta la sua Albania all’Europeo, non rende orgogliosi solo i suoi cari, ma tutta un’intera Nazione. Il livello di idolatria nei suoi confronti raggiunge hype mai visti, tanto da dedicargli un video totalmente inutile di tutta la sua partita, no sense, praticamente tocco per tocco.

Gioca l’Europeo, poi si ritira dalla Nazionale, passa al Nantes, dopo aver conquistato poche persone alla Lazio, ma tutte quelle che lo hanno visto dare battaglia a Totti il 26 maggio, l’unica giornata che valga la pena di essere ricordata di una vita intera per i tifosi della Lazio.

Alla fine Lorik fa così. Si racconta che gli Albanesi vivano in Albania da sempre. Lorik va via, come se fosse un re lontano, quando il suo compito, in un luogo, è finito. Ora, al Nantes, è l’unico che può fare gag e frizzi e lazzi con Ibrahimovic il figlio di Odino, l’unico che sembra farlo ragionare, come in questo video

E non ha a che vedere con il suo rendimento in campo, con le sue giocate, i suoi falli, i suoi tackle francamente adorabili per chi non li subisce. Ha più il sapore di terra, di mare, di viaggio, di rabbia, di un re che grida forte. E lontano, qualcuno guarda l’ombra sapendo che alla fine, non si sa quando, Lorik arriverà. Sul pallone, se potrà. O su tutto il resto.

p.s.
E se succede, che qualcuno, come in una delle più grandi risse in campo di stampo politico che il calcio ricordi, attacca un compagno, Lorik non si tirerà mai indietro. Arriverà. Su tutto il resto.

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