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Cissé nel paese delle meraviglie

Cosa hanno in comune Djibril Cissé e Alice nel paese delle meraviglie? Apparentemente niente, e di certo non stiamo insinuando che lui si sia tatuato una fanciulla bionda sulla pelle, insieme a tutti gli altri numerosi tatuaggi che lo ricoprono, anche se, conoscendolo, non possiamo escluderlo. Sembrano in ogni caso appartenere a due mondi diametralmente opposti: bianco e nero, dolce e salato, Patric e Ribery, ma in realtà qualcosa c’è.

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Questi due personaggi infatti condividono un viaggio, più lungo di quello di Bielsa sulla panchina della Lazio, più loco dell’allenatore argentino e molto frastornato, un sogno da cui però bisogna svegliarsi, e i sogni troppo spesso finiscono in un istante. Quel momento in cui si subisce un colpo, e ci si ritrova d’un tratto svegli, coscienti e si riprende contatto con la realtà, all’improvviso. Abbiamo così cercato di capire quale sia il momento in cui l’avventura del francese alla Lazio sia arrivata al capolinea e abbia segnato il classico momento in cui si prova a rientrare nel sogno senza riuscirci, e si è costretti quindi a rinunciare.

“Sii quello che sembri”

Tutti i Laziali conoscono Cissé, al solo riecheggiare del suo nome rimangono turbati e non possono fare a meno di ripensare a quella lontana estate del 2011 in cui diventa un giocatore biancoceleste insieme a un altro campione di nome Miro Klose. Non possono fare a meno di ripensare a quel bagno di folla a Fiumicino, alle speranze riposte in quella coppia d’attacco da sogno che avrebbe fatto invidia a qualsiasi squadra. Sembrava proprio quello che serviva, una commistione perfetta di estro, fantasia e concretezza con quella sfumatura di pazzia che incanta il pubblico. Come il ciuffo biondo di Luis Alberto, per intenderci.

 

Un post condiviso da vintageKeeper (@vintage.keeper) in data:

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero. – Che strada devo prendere? chiese. La risposta fu una domanda: – Dove vuoi andare? – Non lo so, rispose Alice. – Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza.

Il giocatore si porta sulle spalle il peso di una grande carriera in cui ha già indossato maglie importanti come quella del Liverpool (vincendo anche una Champions League), del Marsiglia e del Panathinaikos con cui ha viaggiato per l’Europa, ha raggiunto la nazionale e si è affermato in tutte le competizioni giocate. Si porta dietro anche quella vena di follia, genio e sregolatezza, tipica del cappellaio matto, e che tanto piace ai tifosi biancocelesti ricordando Paul Gascoigne. Ha deciso di sposare il progetto Lazio per darsi un’ulteriore occasione nel calcio che conta più alla sua portata, per poter ruggire ancora una volta e dimostrare di poter dare ancora tanto dopo una lunga carriera già vissuta di vittorie, sconfitte, infortuni gravi, insomma un po’ di tutto.

Tutto sembra andare a gonfie vele: l’attacco biancoceleste funziona e la follia del francese si lega a perfezione, almeno all’inizio, con la freddezza del tedesco. L’esordio in Serie A della nuova Lazio di Reja è da sogno: 2 a 2 a San Siro con un goal di Cissé e uno di Klose. Quella Lazio presentava grande fantasia offensiva e il talento dei due prometteva di compensare quell’assenza di tatticismo offensivo che parecchie volte è stato contestato all’allenatore goriziano.

“Di solito Alice si dava degli ottimi consigli, però poi li seguiva raramente.”

Poi però qualcosa si rompe, e mentre la squadra funziona e riesce a mettere in fila diverse vittorie importanti lui sembra non trovare la quadratura, un pesce fuor d’acqua, come Alice quando si perde per inseguire il bianconiglio, biancoceleste in questo caso, che la porta fuori strada. Il pubblico lo ama e lo sostiene, spesso va anche contro l’allenatore che “lo fa giocare terzino” e non sfrutta le sue grandi doti. Si inizia a pensare che lui e Klose si pestino i piedi, e il leone nero inizia a sentirsi sempre più in gabbia, sente che il suo sogno biancoceleste sta finendo troppo presto senza quasi mai essere cominciato. Non riesce a trovare la sua posizione in campo, spaesato come la difesa della Lazio senza De Vrij, sembra più a suo agio nel dribblare i tweet critici nei suoi confronti che gli avversari.

“Qui devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche parte devi correre almeno il doppio.”

Si sa che l’ambiente laziale è complicato, si rischia di rimanere intrappolati, fermi, e non riuscire a liberarsi da una rete di problemi e critiche che a un certo punto arrivano, e difficilmente se ne vanno. Il suo goal su calcio di rigore in Europa League contro il Vaslui serve a poco, il suo sogno ormai ha preso una brutta piega e a ogni partita quel suo maledire le zolle del campo a ogni passaggio o tiro sbagliato denotano un nervosismo che non lo tiene tranquillo. Il tutto avviene in un arco di tempo brevissimo, che sembra durare però un’eternità.

E allora si arriva nel giro di due mesi, inevitabilmente, a quella partita che racchiude tutto: il sogno, l’eternità, il tempo e che troppo spesso segna i destini di calciatori trovatisi lì per caso e mai dimenticati. Il derby capitolino a volte dura solo 90 minuti, altre un’eternità.

– Alice: Per quanto tempo è per sempre? – Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

E stiamo parlando del secondo che, probabilmente, ha sancito definitivamente il futuro di Cissé in maglia biancoceleste, per sempre. Un giudizio universale, l’ultima sua chance, che lo ha condannato senza ricorso.

Perché come già detto il destino degli uomini è spesso scalfito da un attimo, e ce lo ribadisce Senad Lulic oggi, dopo che lo abbiamo già imparato da Djibril Cissé in quel lontano 2011 che lo ha marchiato nella memoria dei tifosi laziali in tutto il suo fallimento. Stiamo parlando del minuto 37’ del secondo tempo del derby giocato il 16 ottobre 2011: la Lazio dopo aver perso 5 derby di fila ha da poco acciuffato il pareggio e sta provando a vincere la partita, Mauri fa un lancio perfetto per Cissé, il francese si coordina a perfezione e lancia un missile al volo di destro sul secondo palo…

…PALO CLAMOROSO!!!

Sarebbe venuto giù lo stadio Olimpico e il giocatore sarebbe entrato di diritto nella storia della società, sarebbe stato incoronato re e, perché no, avrebbe dato una svolta alla sua avventura. Un goal che avrebbe potuto rilanciarlo e sarebbe bastato per farsi perdonare tutti quei mesi di assenza ingiustificata, perché si sa: o giochi bene tutto l’anno o ci fai almeno vincere il derby.

“Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti.”

Ma purtroppo il destino è stato crudele con lui e nel giro di un secondo lo ha condannato per sempre. La Lazio vincerà comunque quella partita, la partita che verrà ricordata per sempre, con goal proprio di Klose allo scadere. Lo stesso Klose che ha in qualche modo schiacciato Cissè in modo silenzioso e senza cattive intenzioni. Quel minuto numero 37 ha sancito il risveglio, un risveglio brusco e definitivo che lo ha accompagnato lentamente all’addio, arrivato dopo mesi di disagio. Il sogno biancazzurro è finito e sebbene lui provi in qualche modo a rientrarci deve rinunciare, il suo goal al Milan in coppa Italia a gennaio serve a poco, se non a sorprenderci del fatto che per una volta non si è dovuto guardare gli scarpini o la zolla del campo dopo un goal sbagliato. Il suo ruggito rimane secco, senza eco e si smorza in quello stadio che lo aveva lanciato, gli aveva dato infinite speranze facendogli credere di non doversi svegliare mai.

“Ultimamente erano successe tante di quelle cose strane che Alice aveva cominciato a credere che di impossibile non ci fosse quasi più nulla.”

Quello che è successo a Cissé è inspiegabile, come il mondo dei sogni e l’avventura vissuta da Alice, un ricordo che sembra esserci ma è tanto impossibile da far credere il contrario, un sogno durato 7 mesi e iniziato e finito nel letto di San Siro. Una storia al limite del verosimile, che anche noi facciamo fatica a ricordare.

“Non siete che un mazzo di carte!”

E Cissé è stata la carta sbagliata, quella che poteva rivelarsi un asso nella manica e invece ha deluso le aspettative, quel palo sotto la Curva Nord che ancora trema non fa che rimandare a ricordi sbiaditi, sogni infranti, a ciò che non è stato ma abbiamo sognato che potesse essere.

– Risvegliati, Alice cara,- le disse la sorella, – da quanto tempo dormi, cara!
– Oh! ho avuto un sogno così curioso! – disse Alice, e raccontò alla sorella come meglio poté, tutte le strane avventure che avete lette; e quando finì, la sorella la baciò e le disse:
– È stato davvero un sogno curioso, cara ma ora, va subito a prendere il tè; è già tardi. – E così Alice si levò; e andò via, pensando, mentre correva, al suo sogno meraviglioso.

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