Luis Carlos Almeida da Cunha, per gli amici Nani, doveva essere il colpo grosso del calciomercato della Lazio, il sostituto perfetto di quel bambino che ha fatto le valigie per Monaco e ha lasciato un vuoto in attacco importante.
Oggi, superata ormai la metà della stagione, possiamo dire che in quel vuoto lasciato da Keita si è inserito di forza l’unico vero colpo GROSSO dell’estate biancoceleste: Felipe Caicedo. Ma, come avrete intuito, in questo articolo non parleremo di lui (perdonaci Panteròn).
Dopo l’ennesimo ingresso a pochi minuti dal fischio finale contro la Dinamo Kiev in Europa League, Nani è tornato sulla bocca di tutti i tifosi della Lazio. Per un gol? Per un assist? Per una giocata di tacco con annesso salto mortale e passata di mano tra i capelli di Patric? No, perché non gioca mai e quando lo fa non strappa applausi, o per lo meno non quanto ci si aspetterebbe da un campione come lui.
Sì perché quello che per palmarès e fama internazionale doveva essere un trascinatore di questa Lazio, a quasi metà marzo ha giocato appena 501 minuti distribuiti in 18 presenze (la maggior parte subentrando nel finale), raccogliendo solo 3 gol e 2 assist.
Numeri che farebbero invidia a Pedro Neto e Bruno Jordao, che guarda un po’ sono portoghesi pure loro.
Siccome non crediamo che Inzaghi abbia qualcosa contro i connazionali di Cristiano Ronaldo, andiamo a vedere insieme quali potrebbero essere i motivi (seri) che fino ad ora hanno frenato la storia d’amore tra Nani e la Lazio.
L’equivoco Nani: 1) Scarse motivazioni
Forse Nani non è un grande giocatore. Forse Nani non è un campione vero. Dubbi negativi, dubbi pesanti, dubbi che potrebbero essere spazzati via in men che non si dica da qui a fine maggio. Quando scatterà la resa dei conti, e i conti (quelli veri) li dovrà fare anche la Lazio per valutare l’eventuale riscatto del giocatore di proprietà del Valencia. Quando l’arrivo del portoghese è stato annunciato la scorsa estate per rimpiazzare il bizzoso Keita, un po’ tutti ci aspettavamo arrivasse il campione d’Europa in carica, ex campione di tutto con la maglia del Manchester United. Immaginavamo di accarezzare un cavallo di razza bardato, invece siamo qui a stagione quasi conclusa a interrogarci sul perché Luis Nani sia diventato un panchinaro di lusso (e nemmeno il primo nelle gerarchie di Inzaghi).
Probabilmente è un discorso di motivazioni. Nani sembra avere poca voglia di fare, o meglio di dimostrare. Nella sua mente, anche inconsciamente, a prevalere potrebbe essere stata finora la trappola della rendita passata. Se uno pensa di aver dato già il meglio di sé, se uno pensa di non potersi mettere in discussione, vuol dire che è già indietro rispetto agli altri. E che per superarli dovrà (rin)correre forte. Oggi Luis Nani è un ex campione incapace di sovvertire l’ordine costituito, quasi inghiottito dall’apatia tipica di chi ha già ampiamente dato.
Ha giocato poco, è vero. Ma in quel poco non ha mai realmente inciso, a parte qualche colpo isolato e poco influente. La brutta copia del Nani che il mondo conosceva, alla Lazio ha alternato momenti di vuoto totale – in cui è apparso inadeguato – a scatti brevi e appannati di talento. Più che fuori ruolo, fuori fase potremmo dire.
La speranza è quella di poter ammirare il vero Nani da qui a fine stagione, ora che anche il richiamo dei Mondiali è agli ultimi appelli. Magari Nani è davvero un campione, magari Nani è sul serio un grande giocatore. E allora sì, che ci trascinerà oltre l’ultimo ostacolo per farci alzare le braccia al cielo sulla linea del traguardo. Lui sa come si fa, si tratta solo di ricordarlo a tutti.
2) La spietata concorrenza
Non hanno tutti i torti quei tifosi che danno sfavorite le presenze del Cristiano Ronaldo di vent’anni fa, per via delle della spietata concorrenza. L’infortunio di Felipe Anderson dell’agosto scorso, ha dato modo a Luis Alberto di mostrare al mondo intero i suoi assist al bacio, i suoi gol sotto al fatidico sette e quella chioma platino che ricorda i tempi buoni di Messi, le giocate astronomiche di Neymar e i tiri a giro di Lorenzo Insigne. Luis Alberto è il modulo stesso della Lazio e ciò di cui la squadra aveva bisogno da anni. Eppure, lo stesso “Lupo” ogni tanto ha mostrato delle défaillance che potevano finalmente rivelare agli occhi dei laziali il volto di Nani. Quelle giornate storte però sono state riempite dal calore brasiliano di Felipe Anderson, rientrato dall’infortunio, dalla crisi psicologica, dal “tunnel” e dagli anni 70′ con la capigliatura di Lucio Battisti. Anderson è di nuovo in forma smagliante e lo dimostra partita dopo partita con gol e assist che ci hanno quasi regalato la vittoria con la Dinamo Kiev. Simone Inzaghi ha spesso ripetuto nelle conferenze stampa che i suoi giocatori hanno lo stesso tempo a disposizione e che viene quasi sempre “messo in difficoltà” quando in realtà Nani sembra il “dito” da non mettere in mezzo fra Felipe e marito.
3) L’importanza di chiamarsi Miroslav
True story. Non tutti possono chiamarsi Miroslav, sia perché sarebbe ambiguo ritrovarsi con 7 miliardi di Miroslav nel pianeta, sia perché di Klose ce n’è uno solo e la Lazio ha già avuto il golden ticket per la fabbrica di cioccolato. Non tutti i grandi campioni hanno la stessa energia sul finire della loro carriera. Il perché? Molto probabilmente, come vale per Nani, hanno vinto il 90% dei trofei esistenti quindi perché continuare? Perché andare oltre? Ci sono due modi di vederla. C’è la visione Buffoniana e quella Inzaghiana. Da una parte vi è l’ostinazione di andare oltre l’età, oltre i giovani talenti pur di mostrare al mondo che l’esperienza è una virtù più importante dell’abilità.
Dall’altra c’è la voglia di continuare a dare la propria vita al calcio pur non rimanendo fra gli undici titolari. Da una parte c’è Klose, “il panzer”, che anche se superato da carri armati più veloci e più forti ha fatto la storia grazie alla sua tenacia. Dall’altro lato ancora c’è Nani, campione nella moltitudine di squadre dove ha giocato che ora risiede stabilmente in panchina con la mezza pensione e la navetta al centro sportivo. Dunque il dilemma è il seguente: c’è più valore nel continuare a giocare pur conoscendo i tanti limiti che l’età detta, oppure nell’appendere degli scarpini che non si vogliono lasciare ma che non sanno più correre?
4) La Serie A e i suoi “campioni”
Come il titolo suggerisce c’è anchel’incognita Serie A. Non sarebbe certo il primo campione che arrivato in Italia si ritrova in difficoltà, spesso il campionato viene sottovalutato specialmente da chi ha conosciuto la Liga o la Premier, campionati molto più agonistici se si guarda alle mere statistiche. In realtà la Serie A possiede tutte le insidie che all’estero vengono notate meno: le squadre di bassa classifica che improvvisamente si mostrano come prime delle classi davanti alle big, la demoralizzazione delle stesse “grandi” squadre che con cambi frequenti di dirigenza e staff si ritrovano senza tattiche e senza schemi, le sorprese del “bel gioco” dettato da Lazio, Atalanta e Napoli a detta della critica e per ultimo, non per importanza, il tifo che in Italia mostra le stesse caratteristiche preponderanti che all’estero vennero smantellate sul finire degli anni 90. Tornando a Nani, abituato a giocare in campionati come quello spagnolo, inglese, portoghese e turco avrà probabilmente sminuito il campionato del bel paese dove molti giocatori hanno ceduto il passo prima di lui: Athirson alla Juventus, Oliveira al Milan, Rambert all’Inter ma soprattutto i 43 milioni spesi dalla Lazio per Mendieta, il campione del Valencia che venne ceduto alla sessione successiva di mercato. Coincidenze? Io non credo.
4 + 1) I gusti musicali di Inzaghi
Le nostre fonti affidabilissime e supersegrete ci hanno fatto sapere che Simone Inzaghi è un grandissimo fan di Toni Santagata, tant’è vero che moltissime persone giurano di aver sentito alzarsi dai campi di Formello cover canore di brani indimenticabili quali La zita, Lu maritiello e Quant’è bello lu primm’ammore.
Ecco, riavvolgiamo il nastro e torniamo al 31 agosto 2017, quando Nani diventa un nuovo giocatore della Lazio.
In quelle ore i gruppi e le pagine Facebook laziali, le radio biancocelesti e i profili dei tifosi sono monopolizzati da una sola canzone: I nani di Richard Benson.
Pensate alle orecchie del povero Inzaghi quando è stato travolto dal metallo del chitarrista più veloce der mondo con il suo capolavoro assoluto: talmente scosso che, appena incontrato Nani, l’ha salutato con un “TI DEVI SPAVENTAREEEEE!” e gli ha indicato la panchina.
E questo è il vero motivo per cui Luis Carlos Almeida da Cunha ha giocato così poco con la maglia della Lazio.
Articolo a cura di Aldo Di Placido, Riccardo Piazza e Nicola Cicchelli
